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Le spie del Fisco

Redditometro, artisti graziati dal grande fratello bancario

La Commissione tributaria dà ragione all’attore Izzo: impossibile collegare compensi e spese come si fa con l’impresa

Redditometro, artisti graziati dal grande fratello bancario

Niente fisco, siamo artisti. Da domani l’Agenzia delle entrate inizierà a ficcare il naso nei nostri conti correnti. Oggi, infatti, scade il termine entro il quale istituti di credito e altri intermediari finanziari dovranno inviare al supercervellone di Attilio Befera tutte le informazioni relative ai movimenti bancari del 2011. Poi, il 31 marzo, sarà la volta del 2012. Dopodiché il meccanismo entrerà a regime, con la comunicazione dei dati prevista per il 20 aprile di ogni anno. L’enorme flusso di informazioni che finirà nei server di Serpico (Servizi per i contribuenti, l’enorme computer che processa 22mila dati al secondo) è il perno intorno a cui ruota tutto l’impianto del nuovo fisco stile Grande fratello.

I movimenti bancari verranno analizzati, confrontati, incrociati, finché non spunterà fuori l’anomalia che farà scattare la procedura di accertamento, prima bonario (con possibilità di contraddittorio) e poi esecutivo (prima si paga poi si contesta). 

Nessuno sarà più al sicuro. Tranne gli artisti. Per avere la conferma bisogna chiedere a Biagio Izzo. Il noto attore napoletano, che si divide tra teatro e cinepanettoni, è riuscito ad ottenere la meglio in un braccio di ferro con l’Agenzia delle entrate di Roma che gli ha contestato una serie di illeciti fiscali relativi al 2004. A far scattare gli accertamenti erano state proprio delle indagini bancarie, da cui erano emersi movimenti di denaro a giudizio del fisco non compatibili con la dichiarazione dei redditi. Gli agenti delle tasse si sono mossi sulla base della «presunzione accertativa» secondo cui i prelevamenti bancari non giustificati vengono assunti come ricavi non dichiarati al fisco. Meccanismo che si riferisce principalmente al reddito d’impresa, dove la produzione di fatturato è strettamente correlata al sostenimento dei costi, ma che il fisco applica spesso anche a professionisti e lavoratori autonomi, considerati alla stregua di aziende personali.

Diversa l’opinione della Commissione tributaria provinciale di Roma che con la sentenza n. 1353/11/14 pronunciata il 7 novembre scorso e depositata in segreteria il 28 gennaio ha accolto il ricorso di Izzo, sostenendo che quando si tratta di attori e cantanti il discorso cambia.

I primi rilievi sollevati dalla Ctp di Roma riguardano il rispetto del buon senso e delle norme di legge, che l’Agenzia delle entrate avrebbe bellamente ignorato. Intanto, la «presunzione» in oggetto «fu prevista dal legislatore solo per i casi di evidente anomalia, caratterizzati da un’elevata probabilità di evasione». In secondo luogo, il fisco è «obbligato ad attivare il contraddittorio nella fase precontenziosa per la necessità di discutere in ordine ad ogni movimento ed operazione». Solo successivamente, a differenza di quanto hanno fatto gli agenti di Roma, «potrà redigere l’accertamento per quei dati per i quali il contribuente non abbia fornito adeguate giustificazioni».

Arrivando al merito, però, la Ctp giudica «condivisibile l’eccezione relativa al fatto che nella produzione del reddito artistico manca la correlazione costi-compensi perché è illogica la correlazione costo-ricavo e quindi la successiva prelevamento-ricavo». Per chi opera «nel mondo dello spettacolo», continuano i giudici tributari, non può sussistere una correlazione tra prelievi e compensi, atteso che non sussiste alcun nesso tra gli stessi, come può invece esserlo per un’impresa».

A molte categorie di contribuenti, che d’ora in poi dovranno movimentare il denaro sui conti con molta cautela per non rischiare di trovarsi gli agenti del fisco davanti alla porta, l’immunità speciale concessa agli artisti non piacerà. Per autonomi e professionisti, però, la sentenza può costituire un importante precedente. Il principio stabilito dai giudici è infatti che i lavoratori in proprio, siano essi ballerini o avvocati, percepiscono compensi e non ricavi. Di qui l’impossibilità di collegare spese ad entrate, come succede nelle imprese.

di Sandro Iacometti
twitter @sandroiacometti

 

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Commenti all'articolo

  • MOSTRAZZI

    14 Marzo 2014 - 10:10

    Alla base di questo c'è l'assurda e strampalata assimilazione dei lavoratori autonomi (professionisti, artisti ecc.) all'attività di impresa. Questo porta poi ad esiti paradossali, come quelli evidenziati dai giudici tributari di Roma. Non si capisce perché non si possa stabilire per legge una chiara separazione tra le due categorie. Come se il legislatore fosse costretto a questa assimilazione!

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  • zefleone

    12 Marzo 2014 - 11:11

    Ora il delinquente Beffera metterà in atto la sua delinquenza legalizzata e approvata da una associazione a delinquere ad incominciare da Napolitano in giù. Questi delinquenti vadano a verificare tutti i dipendenti pubblici che fanno un secondo lavoro in nero. Vadano a verificare gli insegnanti lamentoni e incapaci che fanno lezioni di recupero in nero. BASTA ASSASSINI

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  • rossini1904

    02 Febbraio 2014 - 20:08

    Il ragionamento della Commissione Tributaria Provinciale non fa una grinza. Bella lezione per quel Vampiro di Befera.

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  • cordioliago

    02 Febbraio 2014 - 12:12

    Ai miei tempi la maestra ci raccomandava di rileggere semprre il compito.....Grazie A.C.VR

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