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L'intervista

Pd, Matteo Orfini a Luca Telese: "Ignazio Marino l'ho cacciato io. E ora De Luca..."

Appena provo a stuzzicarlo sulla guerra che a Roma ha lasciato sul campo morti e feriti mi rendo conto che Matteo Orfini in questa fase non le manda a dire. Se è vero ciò che dice Marino, Renzi è stato il mandante delle sue dimissioni, e lei il suo killer...
«Sono stato legato a Marino anche da amicizia. Un rapporto umano cominciato a Italianieuropei. Capisco che per lui sia difficile metabolizzare un fallimento». 
Fallimento? 
«E lei come lo chiamerebbe?». 
Dice Marino che le dimissioni dal notaio sono state un golpe del Pd contro di lui. 
«Un gesto doloroso, invece. Ma purtroppo necessario».  
Una scelta brutale. È stata sua o di Renzi? 
«Mia, e la rivendico. Si era interrotto il rapporto di fiducia con la città, prima che con i consiglieri».  
Dice Marino che il Renzi premier ha usato il Renzi segretario del Pd per farlo dimettere e prendere in mano direttamente gli appalti del Giubileo. 
«Non è vero». 
Giuro, lo dice.  
«No, no. Purtroppo so che lo dice. Ha detto tante sciocchezze. Questa è una delle più grandi». 
Confessi. Almeno di questo tweet molto acido contro il sindaco si è pentito: “La lotta ai poteri forti di Marino si è fermata davanti alle porte dell’Auditorium”. 
«Pentito? Si vede che non mi conosce. È difficile che mi penta di qualcosa».  
Era un tweet molto cattivo.  
«Dice? È stato brutto dipingersi come il paladino della lotta contro i grandi poteri e poi nominare la primogenita di una famiglia di costruttori, Azzurra Caltagirone e l’ex capo dei confindustriali, Aurelio Regina, alla testa della principale istituzione culturale della città». 
Improprio?  
«Proprio sbagliato, direi. In quell’incarico, magari, bisognava mettere persone che hanno a che vedere con la cultura».
Lui si guarda bene dal sottolinearlo, ovviamente, ma - dal punto di vista formale - Orfini, classe 1974, occupa la seconda carica del Pd. Poi, a questo incarico, ne ha aggiunto uno ancora più importante: commissario del Pd nella federazione più importante d’Italia, quella di Roma, in un momento cruciale come quello che ha visto deflagrare lo scandalo di Mafia Capitale. È stato in questa battaglia che l’ex ragazzo che a vent’anni sognava di fare l’archeologo, e di mettere le mani nel fango, ma solo nei cantieri (a partire dal suo prediletto, quello di Vejo), ha dovuto mettere le mani nel fango della politica. È un’esperienza che racconta senza veli, ma che lo ha cambiato. Orfini non aveva ancora parlato del caso De Luca e in questa intervista spiazza ancora con una posizione diversa da quella di tutti: «Io ho combattuto contro De Luca a Salerno, ai tempi del congresso, sul terreno della politica. È ancora sulla politica, non sulle inchieste, che lo critico anche oggi. In lui si è incarnato un fenomeno di cesarismo che non serve al Pd».  
Orfini, cosa vuol dire che ha combattuto De Luca a Salerno? 
«Semplice, che dopo un risultato che faceva impallidire la Bulgaria - 97% a 3% per lui - ai tempi della mozione Cuperlo, decisi di candidarmi nel collegio di Salerno per provare a ripristinare un po’ di… agibilità democratica».  
Risultato bulgaro per il consenso, o sospetto? 
«Lei che dice?». 
Io nulla, mi dica lei. 
«Abbastanza sospetto, direi. E non aggiungo altro. Se in uno scrutinio ti votano tutti, allora bisogna davvero preoccuparsi». 
Come andò quella battaglia? 
«In modo incredibilmente buono: alla fine prendemmo il 14%, unico caso in tutta Italia in cui Cuperlo prendeva più voti tra i cittadini che tra gli iscritti. Un dato quintuplicato, che, se mai ce ne fosse stato bisogno, confermava quello che le ho detto prima».  
Cercava gloria? 
«Si figuri. Mi ero messo ultimo nella lista. Era una battaglia di principio».  
Che poi ha proseguito, sostenendo Cozzolino, contro De Luca, alle regionali. Grande simpatia tra voi, vedo. 
«Guardi, bisogna capirsi. De Luca è un ottimo amministratore, ha fatto cose importanti….».  
Sento che c’è un però.  
«Ha un tratto di personalizzazione che ormai sovrasta ogni cosa. E poi una modalità eccessiva nei rapporti con i soggetti che non fanno parte del suo mondo. E poi…». 
E poi?  
«Vedo una gestione autoritaria del partito, non disgiunta da una continua ricerca di polemiche con chi non la pensa come lui o si trova sulla sua strada».  
Non gli ha risparmiato nulla.  
«Se parlo non amo le perifrasi».  
È stupito dal populismo in un dirigente che viene dalla destra? 
«L’elezione diretta ha amplificato il fenomeno, accentuando il rischio di un rapporto plebiscitario. Io amo la politica che si fa con gli altri parlando agli altri, non quella che si fa da soli appellandosi al popolo». 
Anche Renzi, però, si rivolge direttamente al popolo.  
«Veramente ha vinto quando ha capito che doveva passare per il consenso del partito».  
Immagino che quando ha letto di queste inchieste su De Luca le sarà dispiaciuto molto. 
«La stupirò ancora. Per me è un errore gioire per una imputazione se hai un dissenso politico. Ho tutte queste riserve su De Luca, ma sono un garantista convinto. E lo sono anche con lui».  
E quindi? 
«Aspetto di vedere cosa altro emerge dall’inchiesta».  
E per ora? 
«C’è una responsabilità, già ammessa, del capo gabinetto, ma anche il fatto che il marito della giudice che ha provato il ricatto la nomina che voleva non l’ha avuta. Quindi non chiedo dimissioni per questa storia, attendo: aspettiamo la magistratura». 
Certo che il Pd sembra inseguito dalle inchieste. Milano, Venezia, Napoli, Roma… 
«Un motivo c’è. Un partito che governa in tutta Italia è più esposto. A Roma, dove abbiamo guardato il fenomeno in faccia, non abbiamo risparmiato nulla e nessuno».  
Vero che metà del partito romano la odia? 
«Uhhhhh!!!! Mi adorano eh eh». 
Cioè la odiano? 
«Non credo di essermi fatto molti amici, diciamo. Ma non era un compito che prevedeva la raccolta del consenso».  
Vero che ha decapitato i circoli, ma che ha favorito “i suoi”? 
«Balla colossale. Si faccia dire un nome, di questi presunti “miei”. Tutti i sub-commissari vengono da correnti estranee alla mia». 
È arrivato troppo tardi? 
«Casomai il contrario. A Ostia, una delle cose più violente e dolorose che abbiamo fatto, ho costretto alle dimissioni Tassone, un presidente eletto del Pd».  
Si è pentito? 
«Per nulla. L’ho fatto dimettere che non era nemmeno indagato, per una scelta politica, ma dopo è stato addirittura arrestato, per una inchiesta». 
Lei sapeva? 
«Non sapevo un tubo, se parla dell’inchiesta. Avevamo aperto una guerra senza quartiere alle mafie del litorale. E Tassone, di cui avevo un’ottima stima, improvvisamente diventò timido».  
Glielo chiedo con altrettanta brutalità: ha fatto dimettere Marino su ordine di Renzi? 
«Le racconto questo dialogo drammatico con Ignazio, a casa di Marco Causi: “Se non ritiri le dimissioni facciamo un dibattito in Aula, come vuoi tu. Non costringerci”». 
Perché era così netto? 
«Perché se lui ritirava le dimissioni ci si sarebbe messo almeno un mese: tempo di paralisi perso per la città. Ha detto di “No” e di fatto ha scelto lui. Ci ha costretto». 
Lei però aveva investito su Marino, prima dell’estate.  
«Sì, avevamo messo i migliori uomini in giunta, avevamo indicato provvedimenti urgenti da varare».  
La cosa che l’ha convinta è stato lo scandalo degli scontrini? 
«No. Gli scontrini rivelavano che l’immagine di Marino era già logorata tra i romani. E il Papa, e il viaggio, e chi lo ha invitato in America... ogni giorno ce n’era una. Basta». 
Però le cene le hanno dato fastidio. 
«Senta, io abito al Tufello, in periferia. Non frequento vip e dinastie della Capitale. Se vado a cena con i miei pago io. Sono fatto così». 
Partiamo dal primo gradino della sua carriera: giovane segretario dalemiano della sezione più dalemiana d’Italia, la Mazzini. Aveva ancora i capelli. 
«Incredibile, vero? E ancora studiavo, e scavavo in un cantiere». 
Dove? 
«A Campetti, nel parco di Vejo: un meraviglioso scavo stratificato dove c’erano sovrapposizioni tra insediamenti etruschi, romani e medievali. Lì ho conosciuto mia moglie Giorgia». 
Cercava un santuario ha trovato una santa.  
«Ehh... Si può dire anche così. Sono riuscito a dare tutti gli esami, media del 29, non la tesi».  
Nel 2004 la chiama D'Alema a fare il suo braccio destro. Poi ha ucciso il padre? 
«Non direi. Massimo amava circondarsi di persone che gli dicevano di no. Abbiamo sempre avuto un rapporto adulto e dialettico». 
Di dolori gliene ha dati tanti. 
«Prima delle ultime politiche scrissi, in un saggio, che non si poteva consentire a chi ha costruito l’Ulivo di ucciderlo. Né a chi era stato ministro di rifarlo ancora».  
Cioè a lui: mini-rottamazione.  
«Una scelta di buonsenso. Questa posizione però ha creato le condizioni dell’alleanza con Renzi».  
E ora lei è il più potente del partito dopo di lui.  
«Mah, veramente dopo di Renzi ci sono i vicesegretari, Guerini e la Serracchiani».  
È vero che tifa Milan? 
«Mia madre è di Milano. Nel 1982 feci una scelta di sinistra». 
Cosa c’entra la sinistra? 
«Avevo otto anni, i rossoneri erano in B. Mi sono messo dalla parte degli ultimi quando in questa città era facile tifare Roma eh eh eh...». 
Segue il campionato? 
«Sono abbastanza sfegatato, grazie». 
Un giudizio su Berlusconi presidente? 
«Un grandioso presidente, del Milan intendo. Senza dubbio. Se si fosse dedicato solo al Milan sarebbe stato meglio per l’Italia». 
Sempre umorismo perfido, lei. Cosa fa quando non è in un circolo a litigare su Mafia Capitale? 
«Dedico tutto il mio tempo ad Anita, anni tre e mezzo». 
Mette bocca nel lavoro di papà? 
«Direi che siamo nella fase bicicletta al parco, puzzle e disegni». 
Riesce a vederla? 
«Ogni mattina, se posso, la porto a scuola io. La sera corro da lei, appena sono libero. Sono un padre attento. Lei ha iniziato a fare ritratti stupendi di mamma e papà». 
È vero che è sotto scorta? 
«Sì. Misura cautezionale».  
Le fa piacere? 
«Per nulla».  
I circoli del Pd romano erano degradati come diceva Barca? 
«Non tutti, ma ce n’erano certi che è un bene non esistano più».  
Se Marino si candida vi farà perdere?   
«Non credo proprio. Venga a fare un giro in periferia con me». 
In che senso? 
«Temo che la giunta Marino abbia fatto poco o nulla per quel milione di persone che vivono a cavallo del raccordo anulare».  
Quanto prende secondo lei? 
«Molto meno del 5%, direi».  
Ma è vero che Renzi non parlava più con il sindaco? 
«Sì. Altri del governo però hanno garantito il dialogo istituzionale».  
L’ultimo film che ha visto? 
In tema: Suburra. Mi è piaciuto molto».  
Ma ci crede davvero che la politica possa uscire dalla Suburra? 
«E secondo lei, se non fossi convinto di questo sottrarrei anche un solo secondo ad Anita?».

di Luca Telese

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Commenti all'articolo

  • Ben Frank

    Ben Frank

    16 Novembre 2015 - 20:08

    Ma cosa vuole cacciare 'sta brutta copia di Beruschi? Al massimo caccia 'na scorreggia, ma solo se gli dà il permesso il buffone di Firenze.

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  • VEPA53

    16 Novembre 2015 - 18:06

    Ora, cacciati da solo,pirla!!!!!!!!!!!!!

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  • Napolionesta

    16 Novembre 2015 - 17:05

    che faccia da pirla.

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