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Cento anni

Quella nazistona
dell'Ape Maia

L'insetto, reso celebre da un cartone animato, nacque nel 1912 come protagonista di un romanzo guerrafondaio e razzista assai amato dal regime

Quella nazistona
dell'Ape Maia

 

In Italia il personaggio dell’Ape Maia è arrivato attraverso il celebre anime giapponese (Mitsubachi Maya no Boken) trasmesso dalla Rai soltanto nel 1979, con la voce di Antonella Baldini e le sigle, iniziale e finale, interpretate dall’annunciatrice televisiva Katia Svizzero («Vola, vola, vola, vola, vola l’ape Maia /gialla e nera nera e gialla, tanto gaia...», l’indimenticabile ritornello), e da quel momento è diventato un vero e proprio classico per generazioni di bambini. Ma in realtà, creato dalla fantasia di Waldemar Bonsels (1880-1952), il piccolo insetto dai capelli ricci e dal sorriso contagioso festeggia quest’anno il centenario dalla nascita. Era infatti il 1912 quando lo scrittore tedesco pubblicò il romanzo Le avventure dell’Ape Maia (traduzione italiana di Francesco Saba Sardi con illustrazioni di Tullio Ghiandoni, A. Mondadori, 1978). Ora, a un secolo di distanza, quella storia è diventata finalmente oggetto della ricerca storico-critica. 

Harald Weiß, autore di una tesi di dottorato sul personaggio da poco edita in Germania, ha sottolineato come si tratti di un’opera per adulti, oltre che per bambini (si ricordi che nella prima metà del XX secolo il libro di Bonsels è stato il terzo più letto tra i tedeschi, dopo I Buddenbrook di Thomas Mann e Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque). La sua prima grande diffusione la ebbe infatti tra i soldati della I Guerra Mondiale, per molti dei quali il romanzo divenne la lettura preferita per sopportare la vita di trincea. Se dagli anni Cinquanta in poi la vendita del libro subì un crollo radicale, dal 1975, da quando cioè Josef Goehlen fece produrre dalla Nippon Animation e dalla austro-tedesca Apollo Film, per conto del canale televisivo ZDF, un cartone animato in 52 puntate (poi raddoppiate in una seconda serie) dedicato alle vicende dell’Ape Maia, del fuco Willi, del topo Alessandro, dello scarafaggio Kurt, della cavalletta Flip e del ragno Tecla, il personaggio di Bonsels divenne protagonista di un grande successo televisivo e di merchandising (cartelle, quaderni, gomme, pennarelli, lenzuola, t-shirt ecc.). A discapito però della fedeltà al testo letterario. 

Le discrepanze rispetto al romanzo sono davvero importanti: se l’ape del libro attraversa i vari passaggi di quello che è un vero e proprio romanzo di formazione, quella televisiva possiede un carattere statico; nel cartone poi va del tutto perduta la complessità dell’originale, scompaiono cioè temi quali la morte e la rinascita, come pure la tensione tra l’individualismo e la forma di vita collettiva, che è caratteristica dell’intero romanzo. Una certa attenzione merita il ruolo di Bonsels durante il nazismo. Quella dello scrittore infatti, autore di reportage di viaggio in India, di romanzi dedicati a vagabondi, di racconti erotici e di trattati religioso-filosofici, in cui ha grande rilievo la vita semplice a contatto con la natura e lontana dalle complicazioni della civiltà moderna, è stata una posizione quantomeno contraddittoria. Diversi suoi testi (ma non Le avventure dell’Ape Maia) furono per un certo tempo nella lista nera dell’ufficio Rosenberg, senza che ne siano mai stati chiariti i motivi. E tuttavia gli riuscì presto di riguadagnare la precedentemente acquisita posizione di scrittore di successo e fu da Capri che lanciò un appello all’opinione pubblica tedesca prendendo una posizione apertamente antisemita e di lode per il rogo dei libri deciso dai nazisti. 

Oltre che sulla posizione politica di Bonsels, negli ultimi anni sono cresciuti i sospetti anche sul personaggio dell’Ape Maia. È il particolare pathos che pervade la parte conclusiva del libro, nella descrizione della battaglia tra le api e i calabroni, a far sollevare in qualche studioso l’accusa allo scrittore di aver fatto uso di un certo tono guerrafondaio. Tanto che il critico Sven Hanuschek ha letto in quei passaggi richiami alla Hunnenrede, il «discorso agli Unni» che l’imperatore Guglielmo II tenne a Brema il 27 luglio 1900 alle truppe tedesche in partenza per sedare la rivolta dei boxer nell’impero cinese. È tuttavia più plausibile, ribatte Harald Weiß, che con la battaglia tra insetti Bonsels abbia semplicemente fatto proprio il topos dello scontro finale tra bene e male, presente in tanti romanzi epici, dal Canto dei Nibelunghi fino a Il signore degli anelli.

Il pericolo che a un’analisi critica delle fonti del romanzo di Bonsels si sostituisca una lettura viziata da parametri politici contemporanei è emerso ancor più chiaramente in un saggio del biologo Karl Daumer, che osserva la citata guerra tra calabroni e api dal «punto di vista della bioscienza» e tuttavia vi constata scorrettezze non soltanto zoologiche ma anche politiche: oltre a una tendenza «monarchico-imperialistica» ve ne sarebbe una «razzista con una sottolineatura social-darwinista». La conclusione di Daumer è che l’Ape Maia non è certo un personaggio indicato per un’educazione «alla responsabilità civica». Peccato che tutto questo alla fine dica poco del libro di Bonsels e molto più dello Zeitgeist contemporaneo. Meglio sarebbe rileggersi il romanzo.

Di Vito Punzi

 

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