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Polemiche per il servizio del Tg2l'Italia si divide su Franca Rame

Nicoletta Orlandi Posti
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Il Tg2 nel mirino del popolo della rete per un serivizio dedicato a Franca Rame mandato in onda all'ora di pranzo. Una frase in particolare ("La pasionaria rossa che approfittava della propria bellezza fisica per imporre attenzione; finchè il 9 marzo del 1973 fu sequestrata e stuprata. Ci vollero 25 anni per scoprire i nomi degli aggressori, ma tutto era caduto in prescrizione")  e poi l'aver omesso che era fascista la matrice dello stupro di gruppo che subì, ha scatenato un immenso dibattito su Twitter tra chi difende a spada tratta l'attrice scomparsa ieri e chi, alcuni anche con insulti e frasi ignobili, la mette sotto accusa per le sue lotte estremistiche. Il dibattito Il dibattito, ovviamente con altri toni, è proseguito sulla carta stampata. Ai mega servizi celebrativi del Manifesto che oggi, 30 maggio 2013, ha aperto con una grande immagine di Franca Rame sotto il tititolo  Bella Ciao (era stata la stessa attrice a chiedere che il giorno del suo funerale venisse cantata la canzone partigiana), di Repubblica, del Fatto e dell'Unità, fa da controcanto il pezzo di Michele Brambilla sulla Stampa che ricorda come la Rame facesse parte di quel "giro di intellettuali e artisti che ebbero a lungo un peso dominante, per non dire l'egemonia, su cultura e spettacoli; e il plauso di una borghesia che a seconda dei punti di vista fu illuminata o conformista". "Nel mondo della borghesia", continua Brambilla, "Fo e Rame erano nati e cresciuti e a qul mondo apparteneva in fondo il loro primo pubblico: quello dei Caroselli. Non furono loro a cambiare: fu la borghesia a mutar pelle a fine anni Sessanta. Diventarono "impegnati" nella Milano di Giulia Maria Crespi editrice del Corriere, di Camilla Cederna, di Mario Capanna". "Choccati dalla strage di piazza Fontana, i protagonisti di quell'impegno ebbero il merito di dar vita a una controinformazione che stimolò le inchieste della magistratura e svegliò il giornalismo, ma il demerito", puntualizza il giornalista della Stampa, "di sconfinare spesso nella faziosistà quando non nella violenza verbale di certe manifestazioni e di certi 'appelli'". 

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