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L'intervista

Renato Vallanzasca può riabilitare Marco Pantani

Marco Pantani

Il nome di Marco Pantani suscita ancora emozioni forti e le due recenti inchieste che lo riguardano stanno attirando giornalisti da tutto il mondo. «Io che seguo lo sport e conoscevo benissimo questo personaggio, ho scoperto con sorpresa che ha ancora un seguito incredibile», ammette Sergio Sottani, procuratore di Forlì e titolare di uno dei due fascicoli sul Pirata. Perugino, 56 anni appena compiuti, Sottani è un magistrato di grande esperienza. Per esempio ha condotto il processo contro la cricca degli appalti del G8. Però di fronte a tanto clamore resta quasi spiazzato. Con la collega Lucia Spirito sta indagando su un presunto complotto ai danni di Pantani nel Giro d’Italia del 1999, quando venne squalificato dopo un controllo sul sangue a Madonna di Campiglio. L’ipotesi di reato è quella di associazione per delinquere finalizzata alla frode sportiva e sullo sfondo c’è l’ombra della camorra e delle scommesse clandestine. La procura forlivese sta dando la caccia a un misterioso “telefonista”.

Dottor Sottani, nel nuovo fascicolo ci sono degli indagati?
«No, per ora è un’inchiesta contro ignoti, un modello 44».

Come è partita questa indagine?
«Dalle dichiarazioni della mamma di Pantani, Tonina. Era indagata davanti al giudice di pace per la denuncia di un fotoreporter che si lamentava di essere stato malmenato dalla signora, in visita alla tomba del figlio. Un episodio relativamente recente, dell’agosto scorso. In quel contesto è stata sentita dai carabinieri con il difensore di fiducia e ha fatto dichiarazioni che in qualche modo riattualizzavano una vecchia vicenda».

Quale?
«Un procedimento per minacce avviato a Forlì prima del mio arrivo, ma che era stato chiuso in breve tempo».

La signora Tonina ha fatto dei nomi?
«Non ha indicato gli autori di quelle intimidazioni telefoniche, ma persone che erano state minacciate o che erano al corrente di questa cosa. Testimoni che in qualche modo sostenevano che Pantani fosse stato vittima di soggetti legati al mondo delle scommesse clandestine».

La signora Tonina è mai stata intimorita direttamente?
«No, o almeno così ci ha detto».

E gli altri? C’è qualcuno che ha confermato questa ricostruzione?
«Sì. L’avvocato della famiglia Pantani ha portato in procura persone che hanno riferito di circostanze legate alle dichiarazioni della mamma di Pantani».

Un procedimento analogo sui controlli antidoping di Madonna di Campiglio, si è concluso con l’archiviazione presso il tribunale di Trento…
«Non conosco gli atti, ma so che il magistrato purtroppo è morto».

E la vecchia indagine di Forlì quando è partita?
«Mi sembra nel 2008. Venne aperta dal procuratore dell’epoca sulla base di un articolo di giornale. Si parlava di un’intervista rilasciata dai genitori di Pantani in una trasmissione del pomeriggio televisivo. La mamma aveva fatto delle dichiarazioni più o meno sulla falsariga delle ultime».

Si parlava già di scommesse clandestine?
«No, si parlava di minacce, il discorso delle scommesse è successivo. Infatti all’epoca l’iscrizione fu fatta per minacce gravi. Anche in quel caso la signora Tonina parlò di intimidazioni rivolte a terzi. In quel fascicolo era contenuta una lettera di Vallanzasca che era giunta alla madre».

C’erano dei nomi?
«No, si faceva riferimento a persone che in qualche modo sapevano. Una persona in particolare. Ma Vallanzasca, per quanto ne so, si è rifiutato di rivelarne l’identità al pubblico ministero di Trento. La speranza è quella di poter arrivare a quel nome».

A Forlì Vallanzasca è stato sentito?
«No, non è stato mai sentito. Il procedimento venne archiviato prima perché gli inquirenti non considerarono che quegli elementi integrassero il reato di minaccia».

È sicuro che la lettera di Vallanzasca sia autentica?
«In realtà si tratta di una email o comunque un foglio scritto al computer. Non era scritta a mano e non so se fosse autografa, perché Vallanzasca non è stato mai sentito. Lo faremo noi».

Quali sono le novità che giustificano la riapertura dell’inchiesta?
«Abbiamo raccolto elementi che non c’erano nel fascicolo precedente. In quel caso furono sentite un paio di persone, qui ne abbiamo ascoltate di più, almeno cinque, e qualcuna ha dato delle indicazioni. Se siamo bravi e fortunati potremmo arrivare all’individuazione di chi forse sa qualcosa di interessante sull’autore, o forse gli autori, delle minacce telefoniche».

Ha già dei nominativi?
«Al momento no».

Chi riceveva queste chiamate?
«Tifosi, presidenti dei club di Pantani e persone dell’entourage di Marco».

Ed erano telefonate di che tenore?
«Invitavano a non dire quello che era successo a Madonna di Campiglio».

Che previsioni può fare?
«È un’indagine particolarmente difficile che non vorrei tirare troppo per le lunghe. Anche per l’attenzione che circonda l’inchiesta».

Quali tempi prevede?
«Nel giro di un mese vorrei avere le idee chiare sugli elementi in nostro possesso per decidere se proseguire o, rendendomi conto che non si va da nessuna parte, rinunciare. Lo capiremo presto».

In questi 30 giorni spera di scoprire chi fosse il telefonista che sconsigliava di parlare dei controlli al Giro d’Italia del 1999?
«La speranza investigativa, ma sempre di speranza si tratta, è quella di individuare la persona indicata nella lettera di Vallanzasca».

Secondo lei faceva anche le telefonate?
«Alcune sì. Vallanzasca parlò di una persona che aveva conosciuto in carcere e sapeva di Pantani. Quella stessa persona potrebbe, e sottolineo potrebbe, essere una di quelle che ha fatto le telefonate. Potrebbe. Questa è una deduzione per adesso».

Ma c’è qualche indizio che lo lascia immaginare?
«Sì, ci sono alcuni piccoli elementi. Se in tempi rapidi cresceranno allora varrà la pena di percorrere questa pista, se invece si rimpiccioliranno… ».

Mi sembra che la cosa più importante sia che Vallanzasca faccia un nome.
«Beh, così guadagneremmo molto tempo».

Voi avete controllato gli elenchi dei camorristi che stavano in carcere insieme con Vallanzasca nel 1999?
«No, questo non lo abbiamo ancora verificato».

Quindi quali sono gli elementi che collegano l’uomo descritto dall’ergastolano milanese alle intimidazioni telefoniche?
«Alcune frasi che sono state dette da qualcuno e alcune informazioni raccolte dalla polizia giudiziaria».

L’argomento dell’e-mail e le frasi riferite da chi ha ricevuto le minacce combaciano?
«Potrebbero combaciare, anche se il termine non è esatto. Diciamo che hanno contenuti simili».

Ci sono collegamenti tra questa indagine e quella di Rimini sulla morte del Pirata?
«Per ora no, anche se ci siamo sentiti con i colleghi».

intervista di Giacomo Amadori

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Commenti all'articolo

  • RINOGATTUSO

    02 Gennaio 2015 - 22:10

    ONORE A PANTANI MARCO GRANDE UOMO.COMUNQUE VOLEVO DIRE CHE IL SIGNOR VALLANZASCA RENATO OLTRE CHE ALLA VERITÁ SU MARCO CREDO ABBIA ANCHE A CHE FARE CON LA STORIA CHE POCO DOPO A SCOSSO L ITALIA:LA MAFIA A ROMA.IO ALLA STORIA DELLE MUTANDE NON HO MAI CREDUTO .CREDO CHE SIA SOLO UNA COPERTURA PER TENERE RENATO AL SICURO.LUI SA PIÚ DI QUANTO POSSIAMO IMMAGINARE E CONTI ANCORA MOLTO....

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  • danianto1951

    20 Ottobre 2014 - 09:09

    e chi riabiliterà i criminali togati e i loro tantissimi complici?????

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