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L'editoriale

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di Giampaolo Pansa

Andrea Tempestini
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DI GIAMPAOLO PANSA - Voglio dirlo subito: sto dalla parte di Sergio Marchionne. Nella guerriglia verbale scatenata contro il leader della Fiat, so con certezza che ad avere ragione è lui. Lo so per un motivo molto personale: la mia età. Rispetto a tanti giornalisti giovani, assai più bravi di me, ho un vantaggio non da poco. Quello di aver visto e raccontato che cosa accadeva dentro e attorno alla Fiat negli anni Settanta. Quando il colosso dell'auto rischiò di morire sotto l'assalto delle stesse forze che oggi fanno di tutto per impedire a Marchionne di farlo vivere.   Le persone non sono più le stesse, tranne in qualche caso. Gli anni passano per tutti. Qualcuno è scomparso, altri erano troppo giovani. Maurizio Landini, il segretario della Fiom-Cgil, nel 1970 aveva nove anni e faceva le elementari a Castelnovo nei Monti, il suo paese nel Reggiano. Giorgio Cremaschi, uno degli arrabbiati della Fiom, di anni ne aveva appena 22 ed era soltanto un allievo di Claudio Sabattini, detto il Sandinista. Susanna Camusso, oggi segretario generale della Cgil, era una quindicenne milanese, slanciata ed esile.  Molti degli attori sono dunque cambiati, eppure lo spettacolo rimane il medesimo. È  quello di una sinistra vecchia, capace di dire soltanto di no, che non si accorge di affogare nella propria cieca ostinazione. E tenta di fermare qualunque processo nuovo si sottragga al suo controllo. Tutta robaccia già vista negli anni Settanta. Tranne un dettaglio non da poco. Sulla scena manca, per fortuna, un protagonista sanguinario: le Brigate rosse, che allora sparavano, gambizzavano, uccidevano, al riparo di un ribellismo isterico.  Per quel che mi riguarda, sono un vecchio signore con i capelli bianchi. Ma grazie a Dio sto ancora in pista. E rammento bene quel che accadde in quegli anni  dentro e attorno alla Fiat. Un colosso sempre presente nei discorsi che sentivo in casa da ragazzino. Mio padre, un operaio del telegrafo, per indicare la Fiat diceva “la Feroce”, a causa dell'ordine rigido instaurato da Vittorio Valletta. Un mio zio, che lavorava all'Eternit, la fabbrica della morte, chiamava il Lingotto con il nome di un penitenziario in mezzo al mare: Portolongone.  Verso la fine del 1970, la Fiat era ben diversa dalla Feroce dei miei ricordi di bambino. Era diventata una gabbia di matti, ben rappresentata dallo stabilimento di Mirafiori. Lì non esisteva più nessun potere ordinato, ma soltanto un potere anarchico, sempre difeso dal sindacato. I piccoli capi venivano di continuo minacciati. Si sentivano dire: capo non rompere, sei un bastardo, un fascista, ti faremo sparare alle gambe e dovrai venire in fabbrica sulla carrozzina degli invalidi.  Quindi si passava al corteo interno a Mirafiori. Perché fosse utile ai violenti della fabbrica, alla testa doveva vedere uno dei capi intermedi. Dopo averlo catturato in qualche reparto, lo costringevano a marciare davanti al gruppo. Con la bandiera rossa in mano, sputacchiato, vilipeso, malmenato.  Il giorno che “Repubblica” mi mandò a fare un'inchiesta sulla Fiat, un caposquadra e un operaio con la tessera del Pci mi spiegarono che cosa era diventata Mirafiori. Una città nella città dove qualsiasi nefandezza sembrava lecita. Un immenso suk dove si smerciava di tutto, dalle sigarette di contrabbando alle scopate facili. Rimasi allibito: «Le scopate?». I miei testimoni mi risero in faccia: «Uno delle linee si prende i quaranta minuti di sosta tutti in una volta, si accompagna a un'operaia e chiavano tranquilli dentro un cassone o all'interno di una vettura non finita. Gli addetti alle pulizie trovano sempre preservativi usati e anche dell'altro».  Il 21 settembre 1979, la colonna torinese delle Brigate rosse uccise sotto casa l'ingegner Carlo Ghiglieno, il responsabile della pianificazione del Gruppo auto. Diciassette giorni dopo, l'8 ottobre, la Fiat licenziò sessantuno operai, considerati tra i più violenti. La Fiom-Cgil e le sinistre, a cominciare dal Pci, insorsero contro questa rappresaglia fascista. Se un giornale o un cronista spiegava che tipi fossero quelli messi fuori, veniva subito bollato come servo dell'Avvocato. O come un venduto a libro paga dei due amministratori delegati: Umberto Agnelli e Cesare Romiti.  L'anno cruciale fu il 1980. La Fiat stava a un passo dal disastro. L'azienda chiese al governo di poter licenziare una quota dei dipendenti in esubero e di svalutare la lira, per non essere strozzata dal cambio con le valute forti e continuare a esportare le auto. Dalla Banca d'Italia, da tutti i partiti e da tutti i sindacati si levarono urla indignate. Il vertice della Fiat venne crocefisso. Ma non arretrò.  Fu in quell'estate che Enrico Cuccia, il capo di Mediobanca, un signore di 73 anni, il regista della finanza italiana, si decise a fare un passo per lui inedito. Andò in auto a Torino e parlò a tu per tu con l'avvocato Agnelli. Lo informò che il sistema bancario era nel panico per i debiti della Fiat. Poi gli raccomandò, ma forse è meglio dire che gli ordinò, di passare il comando dell'azienda al solo Romiti. Un super manager di 57 anni, di grandi capacità e di collaudata durezza. La cura Romiti prese forma l'11 settembre 1980. Con l'annuncio che l'azienda era costretta a liberarsi di 14.469 dipendenti. Attraverso la procedura del licenziamento collettivo, prevista da un accordo siglato tempo prima fra la Confindustria e la Triplice sindacale.  La reazione dei sindacati fu di un'asprezza mai vista. Iniziò subito il blocco di Mirafiori, i famosi trentacinque giorni di assedio. Il 24 settembre venne proclamato uno sciopero generale, da attuare il 2 ottobre. E il 26 settembre arrivò a Torino, davanti al cancello 5 di Mirafiori il segretario del Pci, Enrico Berlinguer.  Da quel che ho saputo dopo, Berlinguer non era per niente d'accordo con il blocco della Fiat. Lo considerava una battaglia perduta in partenza. E non aveva nessuna voglia di muoversi dalle Botteghe Oscure per andare a Torino. Poi si rese conto che non andarci avrebbe leso la sua immagine di capo supremo della sinistra. E prese a malincuore quel maledetto aereo.  Scortato dai dirigenti comunisti torinesi, Berlinguer si presentò davanti al cancello 5, ma lì per lì si rifiutò di arringare gli operai rossi che bloccavano Mirafiori. Tuttavia, non essendo né il Pontefice né un cardinale, non poteva limitarsi a una benedizione, con il braccio destro sostenuto da Tonino Tatò, la sua ombra inseparabile. Chiamato non a caso “suor Pasqualino”, un soprannome inventato da Alberto Ronchey per paragonarlo alla monaca occhiuta e invadente che governava Pio XII.  Fu così che re Enrico disse parole che a molti cronisti, me compreso, suonarono incaute: «Se si arriverà all'occupazione della Fiat, dovremo organizzare un grande movimento di solidarietà in tutta l'Italia. Esistono esperienze di un passato non più vicino, ma che il Pci non ha dimenticato. Noi metteremo al servizio della classe operaia il nostro impegno politico, organizzativo e di idee».  Sette anni dopo, Luciano Lama, che nel 1980 era il segretario generale della Cgil e non voleva affatto l'occupazione della Fiat, mi raccontò il suo gelido colloquio con Berlinguer. Gli chiese: «Credi di aver fatto bene?». Re Enrico gli rispose: «In questo momento bisogna spendere tutto e dare ai lavoratori la prova che noi siamo con loro». Berlinguer scrutò la smorfia sul volto di Lama e si rese conto che doveva difendersi: «Guarda, Lama, io non ho detto che loro dovevano occupare la Fiat. Ho soltanto sostenuto che, se l'avessero occupata, il Pci sarebbe stato con gli operai». Però Lama era un romagnolo di Gambettola, provincia di Forlì. E non accettava di essere preso in giro. Replicò al segretario del suo partito: «Caro Berlinguer, la differenza c'è. Ma  per chi ti ha ascoltato non è poi così grande». Il blocco di Mirafiori durò sino al 13 ottobre. Con un picchettaggio inflessibile, attuato anche con l'aiuto di tanti sindacalisti, in prevalenza della Cgil, arrivati a Torino da tutte le province del centro-nord. I picchetti restavano di guardia anche la notte, alla luce di un'infinità di fuochi. Una sera Romiti decise di andare a vederli, sia pure da lontano. Uscì di casa all'insaputa della scorta e, seduto nell'auto guidata da una signora della Torino bene, che tutti ritenevano la sua amica, si fece il giro di Mirafiori. In seguito mi raccontò: «I picchetti erano fatti da gente allegra, che si divertiva. Cantavano. Giocavano a carte. C'erano delle ragazze. Non mi sembravano persone alle prese con un dramma. Non erano di certo operai Fiat che in quel momento vivevano nell'angoscia di perdere il lavoro. Quelli erano i soliti duemila professionisti del sindacato, che recitavano una parte politica. Tornai a casa rincuorato. E pensai che forse le cose si sarebbero messe meglio per noi». Romiti aveva visto giusto. Il blocco di Mirafiori si dissolse di colpo il 14 ottobre 1980. Davanti al corteo dei quarantamila operai e impiegati della Fiat che volevano tornare al lavoro. Per il sindacato fu una sconfitta memorabile. Uno che se la ricorda bene è Piero Fassino: in quel momento aveva 31 anni ed era responsabile della commissione fabbriche del Pci torinese. Per questo Piero, uomo schietto, oggi dice: «Se fossi un operaio Fiat voterei sì all'intesa con Marchionne».

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