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L'editoriale

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di Maurizio Belpietro

Giulio Bucchi
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Che la coerenza non sia la principale virtù dei nostri politici, ammesso e non concesso che i politici abbiano delle virtù, è cosa risaputa. In taluni casi le modifiche di rotta sono così repentine da meritare approfondimenti  e studi come è successo a Gianfranco Fini, il quale avendo l'abitudine di cambiare più frequentemente le idee delle camicie è stato oggetto di un paio di saggi. Di lui si ricorda un memorabile giuramento del novembre 2007, quando assicurò che mai più avrebbe acconsentito a Berlusconi di tornare a Palazzo Chigi: due mesi dopo al contrario annunciò che il Cavaliere sarebbe stato il futuro premier del centrodestra. Aggiungendo, per liquidare lo stupore dei cronisti, un «è ovvio».  Poi naturalmente ha ricambiato opinione. Ma se il presidente della Camera è il primatista mondiale in voltafaccia, molti altri senza distinzione di casacca lo insidiano nella classifica. Per rendersene conto basta rileggere le posizioni sostenute nel passato su due argomenti che fanno discutere in questi giorni: nucleare e giustizia. A proposito dell'energia prodotta dall'atomo la sinistra non ha sempre avuto la posizione intransigente mostrata ora che il governo valuta  di riaprire gli impianti. Anzi: ai tempi del vecchio Pci i comunisti erano nuclearisti convinti. Forse perché questa era la linea dettata dall'Unione sovietica, la quale aveva pianificato centrali in ogni Paese della Cortina di ferro allo scopo di assicurarsi l'autosufficienza energetica. Ma anche più recentemente i compagni hanno dato prova di tentennamenti nella linea ultrà contro l'uranio. Nel 2004, quando un deputato di Forza Italia presentò un ordine del giorno che impegnava il governo Berlusconi a riaprire Caorso e Trino Vercellese, per dispetto  alla maggioranza che a quell'impegno era contraria,  diessini, rifondaroli e margheritini votarono in massa a favore. Agli atti della Camera di quel 30 luglio, risultano i sì di tanti pasdaran dell'energia alternativa, a cominciare dal governatore della Puglia Nichi Vendola. Dalla Bindi a Franceschini, da Giuliano Pisapia, candidato sindaco di Milano per il centrosinistra, a Oliviero Diliberto: tutti favorevoli «a riconsiderare la convenienza di un programma nucleare e la riattivazione delle centrali esistenti» pur di battere il Cavaliere. Nell'elenco perfino Ramon Mantovani, il deputato terzomondista che portò in Italia Öcalan, e l'ex ministro delle tasse Vincenzo Visco. Ma l'abitudine di mutare opinione in base alla convenienza del momento senza tener conto di quale sia l'interesse reale del Paese non è una malattia che colpisca solo a sinistra. Rileggendo i risultati della votazione con cui sette anni fa fu negata la riapertura delle centrali di Caorso e Trino, si trovano a sorpresa anche i nomi di tanti nuclearisti convinti del centrodestra, tra i quali il ministro dell'Ambiente Stefania Prestigiacomo e quello dello Sviluppo Paolo Romani. Sandro Bondi, Daniela Santanchè, Carlo Giovanardi, Antonio Marzano, tutti a dire no a una misura che fino a ieri, cioè prima dell'allarme giapponese, invocavano. La libertà di sostenere tutto e il suo contrario riguarda anche la giustizia e i più disinvolti appaiono i deputati progressisti, i quali oggi avversano la riforma sostenuta da Berlusconi, ma prima la propugnavano. D'Alema, come ho già spiegato, fu presidente della commissione dalla quale uscì una bozza che pare la fotocopia di quella di Alfano. E Pietro Folena, all'epoca responsabile giustizia, parlava come il Cavaliere: «In Italia c'è un problema di difesa della libertà del cittadino di fronte a una magistratura che appare sempre più fuori controllo». Antonio Maccanico, ex ministro delle poste e uomo molto vicino al Quirinale, non nascondeva la necessità di un riesame delle garanzie, parlando esplicitamente di separazione delle carriere. Ma quelli erano tempi in cui a governare era l'Ulivo e Silvio stava all'opposizione. Dunque un senatore post comunista come Cesare Salvi aveva la possibilità di denunciare pubblicamente gli errori e gli eccessi di Mani pulite senza che si alzassero gli scudi in difesa del Pool. Mentre a un altro deputato pidiessino come Augusto Barbera era consentito di denunciare l'emergenza giustizia come uno dei temi da mettere al centro delle riforme istituzionali. Ma ora che i compagni sono all'opposizione e al governo c'è di nuovo Berlusconi, le opinioni tornano porte girevoli e dunque la più piccola modifica delle normative riguardanti le toghe diventa un attentato alla Costituzione e un progetto eversivo che stravolge le regole democratiche. Naturalmente l'elenco delle giravolte potrebbe continuare e su molte altre questioni. Ma già questo mi sembra sufficiente per spedire a quel paese loro e tutti gli allarmi con cui ci affliggono. Andate in mona, bamba, e prima di parlare - o votare - pensateci su.

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