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Qualcuno sta manipolando Ratzinger?

Andrea Cionci
Andrea Cionci

Storico dell'arte, giornalista e scrittore, si occupa di storia, archeologia e religione. Cultore di opera lirica, ideatore del metodo “Mimerito” sperimentato dal Miur e promotore del progetto di risonanza internazionale “Plinio”, ha svolto reportage dall'Afghanistan e dal Libano. Ricercatore del bello, del sano e del vero – per quanto scomodi - vive una relazione complicata con l'Italia che ama alla follia sebbene, non di rado, gli spezzi il cuore

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Colpisce notare come il 93enne papa emerito Benedetto XVI, negli ultimi tempi, stia compiendo insolite virate tanto da sollevare, fra alcuni osservatori cattolici, perfino dubbi sull’autenticità dei suoi scritti più recenti. (E il fatto che Ratzinger non compaia in pubblico, ormai, da diversi mesi, di certo non aiuta).

Uno degli scettici più autorevoli è il vaticanista Gianfranco Svidercoschi, classe 1936, ex  vicedirettore de L’Osservatore Romano.

”Non è prosa del Papa Emerito – ha dichiarato Svidercoschi al sito “La Fede Quotidiana” riferendosi al recentissimo libro-intervista a Ratzinger di Peter Seewald “Ein Leben” -  E’ frutto di un vescovo che gli è molto vicino; esiste una frattura nella prosa. Non è un suo linguaggio, quello, non è farina del suo sacco. Ho stima e conosco il Papa emerito ed è uomo mite, sereno, per nulla rancoroso. Invece, negli ultimi tempi, emerge il tratto di un soggetto che ha voglia di vendicarsi, lanciare invettive e adesso messaggi in codice. NON MI SEMBRA LUI”.

Svidercoschi, che sostiene di avere prove certe, non ha però voluto produrle ed è stato per questo criticato. Paradossalmente, però, nonostante le gravi insinuazioni da lui sollevate, sono stati proprio i bergogliani del sito “Faro di Roma” a venirgli incontro, sostenendo che in “Ein Leben” c’è qualcosa che non torna: “Come è possibile - si chiedono - che dal Mater Ecclesiae, dove si è ritirato Ratzinger, trapelino dichiarazioni che suonano come avvertimenti? Tutto questo non è degno del Papa emerito e chi lo dovrebbe proteggere non fa il suo dovere”.

A suscitare ulteriori perplessità, ben oltre gli aspetti stilistici e comunicativi, la lettera di Benedetto XVI dell’altro ieri, pubblicata in occasione dei 100 anni dalla nascita di San Giovanni Paolo II.

In questa, oltre a dire che Wojtyla “non era un rigorista morale” e che il suo messaggio aveva “unità interiore con le intenzioni fondamentali di Papa Francesco”, Ratzinger esterna contenuti stranamente incompleti per un teologo adamantino come lui: “Tutti devono sapere – scrive - che la misericordia di Dio alla fine si rivelerà più forte della nostra debolezza”.

Come mai nessun accenno al fondamentale presupposto del pentimento? Da quando in qua, Benedetto XVI si è convertito al “misericordismo senza se e senza ma”? Tra l’altro, sul ravvedimento dal peccato insisteva moltissimo anche Giovanni Paolo II nella sua enciclica “Dives in Misericordia” la cui visione è poi confluita nel Catechismo: “È il sacramento della PENITENZA – scriveva Wojtyla - che appiana la strada ad ognuno, perfino quando è gravato di grandi colpe. In questo sacramento ogni uomo può sperimentare in modo singolare la misericordia, cioè quell'amore che è più potente del peccato”.

Quindi, stando a Wojtyla-Ratzinger, non è affatto una misericordia “gratis” quella di Dio, che prevarica la volontà dei singoli. Sia il santo che il papa emerito sono molto lontani dalla visione sostenuta da Bergoglio e dal suo teologo Enzo Bianchi, nella quale invece si parla raramente di peccato e penitenza mentre si insiste in continuazione sulla preponderanza della misericordia di Dio rispetto alla Sua giustizia.

Non è chiaro a quali condizioni agirebbe questa misericordia divina “torrenziale” e tale ambiguità dà spazio ai critici del nuovo pontificato per assimilare tali innovazioni all’Apocatastasi, una dottrina già da secoli rifiutata come eretica dalla Chiesa. L'Apocatastasi prevedrebbe, infatti, la redenzione finale per tutti, non solo per le anime dannate, ma perfino per il Diavolo. Questa impostazione, tuttavia, confligge con il concetto di libero arbitrio secondo il quale Dio non può privare le proprie creature della libertà di rifiutarLo eternamente.

La lettera di Benedetto XVI pare, anche stilisticamente, del tutto lontana dalla chiarezza con cui il papa tedesco si esprimeva nel 2007: “E’ venuto Gesù per dirci che ci vuole tutti in Paradiso e che l’Inferno, del quale poco si parla in questo nostro tempo, esiste ED E’ ETERNO per quanti chiudono il cuore al Suo amore”.

Queste non sono, tra l’altro, opinioni personali di Josef Ratzinger dato che il Catechismo riporta all’art. 864: “La misericordia di Dio non conosce limiti, ma chi deliberatamente rifiuta di accoglierla attraverso il PENTIMENTO, respinge il perdono dei propri peccati e la salvezza offerta dallo Spirito Santo: un tale indurimento può portare alla impenitenza finale e alla ROVINA ETERNA”.

Insomma, il papa regnante dice una cosa e il Catechismo ne dice un’altra, mentre il papa emerito fa la spola fra i due. Non si capisce più niente, ma i credenti hanno DIRITTO a risposte chiare, unanimi e inequivocabili su questioni di base: che ruolo effettivo avrebbe dunque la Misericordia divina? E’ indispensabile pentirsi per beneficiarne? La misericordia si può spingere fino a riconciliare forzatamente con Dio un’anima impenitente? L’Inferno esiste o no? E’ eterno oppure no? Ci sono anime dannate? Soffriranno in eterno? Il catechismo è da prendere come riferimento assoluto dai cattolici oppure è un “consiglio”?

I casi sono due: o il Catechismo è sbagliato - e allora si abbia il coraggio di riscriverlo - oppure le gerarchie stanno mischiando le carte e allora dovranno spiegare ai fedeli a quale titolo mettono le mani su un depositum fidei conservato integro per 2000 anni.

Molti cattolici non sanno più che pensare e cominciano a sentirsi presi per i fondelli, anche perché tra la prospettiva di una dannazione eterna e garantita per chi muore in peccato mortale (Wojtyla) e quella di un “condono” finale, tramite una sorta di misericordia “smacchia-tutto” (Bergoglio), ce ne corre. E tale diversità di impostazione può far cambiare radicalmente i comportamenti dei fedeli e il loro senso di responsabilità.

Non si può fare a meno di notare come sulle cosiddette “verità ultime”, la Chiesa da qualche anno lasci inauditi margini di ambiguità. E come è possibile che papa Benedetto, custode granitico della tradizione, stando a quest’ultima lettera sembri mettersi ora, incredibilmente,  sulla questa linea evasiva e nebulosa? In ogni caso, non è accettabile che si possano anche solo creare le condizioni per cui qualcuno possa azzardare l’ipotesi che il papa emerito venga manipolato.

Si impone dunque una chiarificazione: qualunque sia la visione che la Chiesa decide di offrire, questa sia una, chiara e precisa per tutti, in ottemperanza al crudo monito di Gesù Cristo: “Il vostro parlare sia: Sì, sì, no, no; tutto ciò che va oltre questo, viene dal Maligno”.

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