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Hollywood, dietro il sogno americano nulla è ciò che appare

Francesco Specchia
Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d'adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all'Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

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Per ogni appassionato di cinema che abbia letto Hollywood Babilonia (1959) di Kenneth Anger, la storia infame della grande mecca dei sogni, era già “tutto scritto e catalogato, ogni segreto ogni peccato”, canterebbe Edoardo Bennato.

Per chi sia stato cresciuto a ritmo di swing tra i grandi film dell’epoca d’oro del cinema non è affatto inedita l’idea di Vivien Leight, la Rossella di Via col vento fuori di testa e ninfomane; di Rock Hudson non sciupafemmine ma gay perso per uno sceneggiatore nero che si prostituiva nel tempo libero, ancorché ricattato dal suo agente Henry Wilson; di scrittori come Noel Coward che si tuffavano in orgie omosex mentre ai bordi della piscina girellavano maschi virili e femmine sexy rigorosamente nudi e gaudenti. Sicché se si guarda Hollywood la serie Netflix che indaga il lato oscuro della fabbrica delle star tra gli anni 30 e 40; be’ non vi si scorgeranno né lo scintillio della novità né le passarelle di grandi talenti che dovrebbero interpretare talenti ancora più grandi. Eppure, Hollywood è un delizioso falò delle vanità. E’ il racconto corale di una generazione che, dopo aver fatto la guerra -nelle retrovie o nelle trincee di Anzio come Jack Castello, uno dei protagonisti- si scopre inadeguata e non trova di meglio che affidare il proprio futuro a un set e a una cinepresa. C’è il titolare di una pompa di benzina che cela un’attività di prosseneta dietro la parola d’ordine “Dreamland”; e nel suo giro di bei ragazzotti gigolò infila veterani di guerra, giocatori di football, scrittori di colore che vorrebbero mettere in scena la vera storia di Peg Entwistle che si suicidò nel 1932 buttandosi dall’H della scritta Hollywoodland. Ci sono gli aspiranti divi che si smutandano davanti a produttori sovreccitati (solo uno di loro si rivelerà di morale saldissima, gli altri finiscono tutti a letto fra loro). Ci sono formidabili dive asiatiche costrette per razzismo al ruolo di cattiva -Anna May Wong-  e registi leggendari impediti dal perbenismo nel loro coming out -George Cukor-. Ci sono coppie vecchie che si tradiscono e coppie miste e si rispettano. Il tutto scorre come il peccato, tra scene molto ardite e molto gay (forse troppo) e una trama che s’intreccia magicamente come quelle, appunto dei grandi sceneggiatori hollywoodiani. Nulla è ciò che davvero appare. Ma proprio qui sta il bello…

 

 

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