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Se Landini passa dalla tuta blu alle auto blu

Metamorfosi del segretario della Cgil dal proletariato alla grisaglia alle macchine di rappresentanza

Francesco Specchia
Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d'adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all'Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

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Maurizio Landini in giacca e cravatta a Piazzapulita Foto: Maurizio Landini in giacca e cravatta a Piazzapulita
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Il primo cenno della metamorfosi, la prima timida increspatura dell’anima -direbbe Roland Barthes- da paladino del proletariato, Maurizio Landini, in realtà, l’ha mostrata nell’ultima puntata di Piazzapulita su La7. Mentre parlava di riforma fiscale col criterio delle progressività, di parti sociali, di “noi sindacati abbiamo chiesto a Draghi una proroga del blocco dei licenziamenti per tutti”, il segretario della Cgil indossava, per la prima volta, giacca e cravatta. Giacca e cravatta scure, mai visto dai tempi della cresima. Un’eleganza sconvolgente. Una volta Landini veniva in studio indossando felpone policrome con la scritta “Fiom”, orgoglio operaio, che nemmeno Salvini; poi, via via, è passato ai maglioncini in lanetta d’angora. In quel preciso istante, però, i suoi interlocutori Formigli e Barisoni del Sole 24Ore (senza cravatta) stavano assistendo al sovvertimento dell’ordine naturale delle cose, alla più terribile delle palingenesi: Landini parlava ancora come Luciano Lama ma vestiva come Tajani.

Ma è la seconda immagine a colpire di più l’immaginario dei 2 milioni e passa di iscritti alla Cgil da lui governata. Landini che compra due Audi A6. Due Audi nere, lucide, di rappresentanza, da inserire nella flotta del sindacato, “a disposizione del segretario”. Ora, le Audi sono macchinoni di un certo costo ed eleganza. Per capirci, molto più delle Passat con cui girellava per comizi il predecessore di Landini, Susanna Camusso. E, certo, Landini non le avrà acquistate a prezzo di listino (64mila euro), avrà fatto un leasing, un cambio merce. Ma, insomma, ciò che conta, qui, è il colpo d’occhio. E’ quello che le suddette auto possenti, veloci e socialmente invidiate rappresentano nell’inesorabile percorso del segretario verso l’imborghesimento. Nessuno si sarebbe mai immaginato, anni fa, Landini il figlio del cantoniere, l’apprendista saldatore delle periferie torinesi e il delegato sindacale dei metalmeccanici, stare adagiato, come un capitano d’industria qualunque, tra i sedili in pelle di una macchina da ricchi. E ora, eccolo lì, il dottor Maurizio, in grisaglia, col telefonino all’orecchio a trattare per le masse operai di Thyssen, Ilva o Alitalia, mentre il suo autista mette su un cd di musica lounge, e divora la strada indossando rayban fichissimi. Nessun avrebbe mai pensato che dalla tuta blu Landini sarebbe passato all’auto blu. Beninteso, è solo una suggestione. Fino a prova contraria, il segretario della Cigl non è uno che sperpera. Ha uno stipendio dignitoso rispetto al ruolo -4000 euro-, che non è certo come quello dei colleghi della Cisl (Bonanni vantava 336mila euro, e una pensione di 8mila euro al mese); non è stato toccato da nessuno degli scandali di scontrini e note spese che hanno invischiato leader di altri sindacati; non si fa vedere nei salotti se non quelli televisivi. Eppure, con 120 tavoli di crisi aperti che coinvolgono 160mila lavoratori, con la prospettiva della perdita di 2,3 milioni di posti di lavoro, con un pil che ha perso 170 miliardi in un anno dilaniando il tessuto produttivo del Paese; be’ l’Audi nera di rappresentanza non fa pendant. L’effetto Draghi sulla classe operaia che va in paradiso…

 

 

 

 

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