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Se nel Nome della rosa Manara incontra Umberto Eco

Due grandi maestri, una storia invincibile, un business che si minaccia planetario: cosa c'è dietro la nuova impresa editoriale...

Francesco Specchia
Francesco Specchia

Francesco Specchia, fiorentino di nascita, veronese d'adozione, ha una laurea in legge, una specializzazione in comunicazioni di massa e una antropologia criminale (ma non gli sono servite a nulla); a Libero si occupa prevalentemente di politica, tv e mass media. Si vanta di aver lavorato, tra gli altri, per Indro Montanelli alla Voce e per Albino Longhi all'Arena di Verona. Collabora con il TgCom e Radio Monte Carlo, ha scritto e condotto programmi televisivi, tra cui i talk show politici "Iceberg", "Alias" con Franco Debenedetti e "Versus", primo esperimento di talk show interattivo con i social network. Vive una perenne e macerante schizofrenia: ha lavorato per la satira e scritto vari saggi tra cui "Diario inedito del Grande Fratello" (Gremese) e "Gli Inaffondabili" (Marsilio), "Giulio Andreotti-Parola di Giulio" (Aliberti), ed è direttore della collana Mediamursia. Tifa Fiorentina, e non è mai riuscito ad entrare in una lobby, che fosse una...

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 Nome della Rosa chez Milo manara Foto:  Nome della Rosa chez Milo manara
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L’avventura iniziò, rocambolescamente, il 16 agosto 1968, nella Praga invasa dalle truppe sovietiche. 

Là, alla finestra di un alberghetto poco reattivo al rumore dei carrarmati, Umberto Eco richiamava l’ispirazione del lettore evocando un manoscritto, Le manuscript de Dom Asdson de Melk messogli in mano da chissà chi; per poi tradurlo di getto «su alcuni quaderni della papeterie Joseph Cilbert, su cui è tanto piacevole scrivere se la penna è morbida». «Probabilmente sarei ancora qui a domandarmi da dove venga la storia di Adso da Melk, sennonché nel 1970 a Buenos Aires, sui banchi di un piccolo libraio antiquario in corrientes, mi capitò tra le mani un libretto di Milo Temesvar» scrisse Eco «si trattava delle traduzioni dell’ormai introvabile originale in lingua georgiana di Dell’uso degli specchi ne gioco degli scacchi< e quivi, con mia grande sorpresa, lessi copiose citazioni del manoscritto di Asdo». Ecco. Questa fu la genesi -di assoluta invenzione - riproposta tra le pagine dell’opera- de Il nome della rosa, che l’editore Oblomov diffonderà nella lussureggiante versione graphic novel di Milo Manara per l’orbe terracqueo (pp 72, euro 20). Quel che colpiscono, di prim’acchitto, sono, oltre al disegno perfetto di Manara, i colori tenui e terribili che virano dal grigio al rosso; come nella vignetta di Fra’ Venanzio ammazzato a testa ingiù nell’otre di sangue di maiale o nel mitico portale intarsiato di demoni e santi, nella cui visione il novizio Adso da Melk s’immerge per un intero, coltissimo, capitolo del libro. Invece, nel fumetto la visione si risolve in un paio di tavole, e forse è anche meglio. Il resto del libro è visitabile a spizzichi e bocconi, avvolto dal marketing del grande lancio.

DUO ESPLOSIV I nomi di Eco&Manara messi assieme sono dinamite. Il libro è già prenotato da tutto il mondo e non ne sono stati acquisiti i diritti cinematografici solo perché, del Nome della rosa, film e fiction sono già state realizzate. Anzi, leggenda vuole che Guglielmo da Baskerville, lo Sherlock Holmes medievale protagonista del romanzo che al cinema e in tv aveva il volto di Sean Connery e John Turturro, nella personale aspirazione di Eco avrebbe dovesse avere le fattezze di Marlon Brando. E infatti il Brando/Guglielmo compare puntualmente nelle tavole di Manara. Vuoi per sacrale ossequio al testo echiano, vuoi per pigrizia di sceneggiatura, o vuoi perché «le vie dell’anticristo sono lente e tortuose» e quindi non è il caso d’incasinarsi con i fan e la critica; insomma, vuoi per tutto ciò, be’, nel reimpostare graficamente il romanzo, Milo è rimasto assolutamente fedele al testo originale.

Del suddetto progetto editoriale, gli attenti lettori del Linus di Igort e Elisabetta Sgarbi s’era già avveduti nel numero monografico della rivista di poche mesi or sono, dedicata a Eco. Se ne snasava l’uscita, ma la data era impenetrabile. E chi conosce –come il sottoscritto- da decenni il maestro veronese sa perfettamente che a Manara quest’opera frullava in testa da un’eternità. Esattamente come la riduzione a fumetti della vita di Caravaggio e le collaborazioni con Federico Fellini e Hugo Pratt; anche se queste ultime, Il viaggio a Tulum e Il viaggio di G. Mastorna detto Fernet col primo e Tutto ricominciò con un’estate indiana e El Gaucho (oggi editate sotto il titolo Panamericana da Rizzoli Lizard), Manara riuscì a offrirle al mondo mentre i due mentori erano ancora in vita. 

Ora è diverso. Eco non c’è più, ma echeggia nel «Verba vana aut risui apta non loqui, Ho udito persona che ridevano di cose risibili» di padre Jorge da Burgos, l’assassino cieco che odiava il riso di Aristotele.

UMBERTO IN SOTTOFONDO Eco risuona nello scriptorium del bibliotecario Malachia, dove Adso e Gugliemo visionano il salterio del «mondo rovesciato« costellato da monaci fornicatori, unicorsi, demoni e fanciulle remissive con la trombetta nel sedere. Eco punteggia il «Penitenziagite!» dello sgraziato frate poliglotta Salvatore. Eco eleva al cielo la scena di sesso di Adso nel sotterraneo con la fanciulla rossa «bella come la luna, fulgida come il sole, terribile come un esercito schierato in battaglia». E non siamo che a metà dell’opera...

 

 

 

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