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Non solo Russiagate

Donald Trump, il "doppio standard" dell'FBI verso Repubblicani e Dem

10 Agosto 2018

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Donald Trump, il "doppio standard" dell'FBI verso Repubblicani e Dem

In America, paese che in politica e’ la Somma Accademia del Doppio Standard, c’e’ ancora spazio per stupirsi di questa fama. Avete presente la storia del Russiagate? Certo che si’. Non si parla d’altro, anche in Italia da quando e’ stato eletto il presidente repubblicano, se non delle accuse di infiltrazioni del governo russo negli USA.

Nulla e’ stato provato sulla supposta “cospirazione”, ma l’esile filo a cui sono appese le speranze dei DEM e’ che un paio di aiutanti esterni, volontari e di nessun peso effettivo nella campagna di Trump, un giovane trentenne appassionato di politica estera (George Papadopoulos) e un adulto che aveva qualche conoscenza moscovita (Carter Page), erano finiti nel mirino dell’FBI quando Trump stava vincendo la nomination.

Che cosa fece l’FBI, l’agenzia delle spie USA che al tempo era guidata ovviamente da un obamiano, quando seppe che i due avevano incontrato, rispettivamente, un diplomatico australiano per parlare di supposti segreti sporchi su Hillary in mano a Putin, e colleghi accademici russi, vecchie conoscenze? Non c’era nulla che potesse essere considerato un atto criminale da parte dei due, e infatti non fu sollevata alcuna incriminazione contro di loro. C’era invece il sospetto che una potenza avversaria, la Russia, stesse mestando negli affari politici USA, anche con gli hackers. Ma l’FBI non avviso’ Trump, ed anzi avvio’ una manovra contro di lui sulla base del famigerato rapporto (pagato da Hillary e screditato poi pubblicamente dallo stesso direttore James Comey) che era stato compilato dalla spia inglese Steele, a sua volta a libro paga dell’FBI. Storia noiosa, scritta mille volte e tenuta aperta dai DEM e dallo speciale procuratore Bob Mueller da due anni.

Cambiamo teatro, e andiamo in California. Pochi giorni fa e’ uscita una notizia, tenuta coperta per ben cinque anni, che l’allora presidente della Commissione dei Servizi Segreti del Senato, la senatrice DEM Diane Feinstein, aveva avuto per 20 anni, come autista personale e aiutante di fiducia (”direttore dell’ufficio” la sua qualifica) una spia che lavorava per il governo di Pechino: riportava direttamente, sa ora il popolo americano, al Ministero della Sicurezza di Stato cinese attraverso il consolato di San Francisco. La Feinstein ha minimizzato la gravissima, reale azione di spionaggio ai danni dell’America in termini di lesa sicurezza, e a lei stessa come perdita della faccia, con il seguente comunicato: “Cinque anni fa l’FBI mi ha informato che aveva elementi per preoccuparsi del fatto che il governo cinese aveva operato affinche’ un membro amministrativo del mio staff californiano fornisse informazioni”. La senatrice ha aggiunto che il suo autista-spia “non ha mai avuto accesso a informazioni classificate o sensibili o a materiale legislativo”, e che “e’ stato immediatamente licenziato”. Incidente chiuso, per lei e per i media. Dov’e’ il problema? Che cosa volete che sia una spia cinese che ti vive a fianco per 20 anni mentre sei un influente parlamentare del partito che al tempo controllava il Senato e aveva Obama alla Casa Bianca? Che ovviamente puo’ aver sentito chissa’ quante conversazioni guidando la tua auto, di ritorno magari da una riunione della Commissione senatoriale dei Servizi? Che puo’ aver sbirciato nelle carte o scaricato documenti dal tuo cellulare dimenticato per tre minuti in macchina per andare al bar? Che puo’ aver piazzato microfoni nella tua residenza mentre ti portava la borsa? Credere che una spia sia in servizio per 20 anni al fianco del suo ‘bersaglio’ e non abbia saputo nulla di delicato e’ una favola a cui puo’ far finta di credere solo la stampa liberal, che infatti non ha approfondito. Una notizia di un giorno e via. Nessun ardore investigativo, per carita’.

Ma lo scandalo non sta solo qui, nella sottovalutazione ridicola di un atto spionistico da copione, e da parte della massima potenza politica ostile all’America. Che dire dell’ineffabile FBI, che ha immediatamente e con la dovuta discrezione avvertito la Feinstein della trama ai danni della sicurezza USA, e ha custodito il segreto fino a questo momento? Forse, pero’, l'intera faccenda non e’ destinata all’insabbiamento totale. Il senatore del GOP Lindsey Graham ha deciso di non lasciar perdere, al contrario della stampa di regime. “Non lo sapevo fino a ieri”, ha detto Graham in una intervista in TV, ”ma cinque anni fa l’FBI ha detto a Dianne Feinstein che uno dei suoi impiegati poteva essere un agente del governo cinese. Era la cosa giusta da fare e lei lo ha licenziato. Io pero’ mandero’ la prossima settimana una lettera al direttore dell’FBI Chris Wray e gli chiedero’ qual e’ la politica della agenzia. Perche’ l’FBI non ha detto al presidente Trump che aveva dei sospetti su Carter Page? C’e’ un doppio standard qui? Se questa e’ una investigazione di contro-intelligence, non una indagine criminale, l’FBI avrebbe dovuto dire a Trump che aveva preoccupazioni su Papadopoulus e Page. Perche’ non hanno fatto a Trump quello che avevano fatto per Feinstein?” Graham sa che la domanda e’ retorica e la risposta e’ banale: c’e’ il doppio standard. Facciamocene una ragione.

di Glauco Maggi

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Glauco Maggi

Glauco Maggi

Giornalista a NYC per Libero, autore di Figli&Soldi (2008), Obama Dimezzato (2011), Guadagnare con la crisi (2013), Trump Uno di Noi (2016). Politica ed economia. Autori preferiti: Hayek, M.Friedman, T.Sowell

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