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L'intervista

Friuli 1953, Stay Behind: la "Osoppo-Friuli" nei ricordi di un giovane paracadutista

7 Febbraio 2020

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Classe ’37, di Tarvisio (UD), già Capo di Stato Maggiore della Difesa e dell’Aeronautica Militare, negli ultimi anni di carriera il Generale Mario Arpino è stato uno dei fautori dell’ingresso delle donne nelle Forze Armate.

Una vita piena la sua, a tratti avventurosa e pregna di ricordi a partire da quando era solo un bambino e vide i corpi dei carabinieri uccisi a Malga Bala, per proseguire fino a quando conosce gli ex “Osoppo”, i partigiani della Brigata decimata a Porzus e che si era ricostituita nel dopo-guerra…

Cosa ricorda dell’ultimo anno di guerra?

“A Cave avevamo un brava collaboratrice domestica, italiana di lingua slovena, molto affezionata. Un giorno, parlando sottovoce, raccontò a mia madre di aver sentito nel suo ambiente che “…tra non molto i ribelli comunisti scenderanno dalla montagna, per venire in paese per giocare a pallone con le teste degli italiani”. La strage efferata del marzo precedente, quando erano stati assassinati a calci e picconate alcuni carabinieri (Strage di Malga Bala, nda), lasciava poco spazio all’immaginazione. Il giorno dopo corriera e treno per scappare a Udine, a casa della nonna. Qui però c’era il problema dei bombardamenti angloamericani. Sento ancora il suono delle sirene ricordo tante ore passate in rifugio. Una mattina però mi sono svincolato dalla nonna e sono scappato fuori, per vedere pochi pochi caccia italiani che stavano attaccando frontalmente un gran numero di bombardieri. Quel Gruppo, di stanza ad Aviano ed Osoppo, era comandato dallo zio Carlo. Il maggiore Carlo Miani, indimenticabile. Sono stato subito riacchiappato e riportato in galleria, ma ormai il danno era fatto: avevo deciso, sarei diventato un pilota da caccia”.

Lei ha conosciuto Paola Del Din ed ex partigiani Osoppo. Si ricorda quando e in quale contesto?

“Si, ricordo di aver incontrato la Prof. Paola Del Din tra il 1953 ed il 1956, quando facevo parte del gruppo di paracadutisti civili della FIPS (Federazione Italiana Paracadutismo Sportivo, poi trasformata in Anpd’I). Non poteva più paracadutarsi a causa delle ferite riportate nei lanci clandestini ma per noi era un mito, come il fratello Renato, sottotenente degli alpini aderente all’Osoppo, poi ucciso in azione a Tolmezzo".

L'Osoppo fu la sola unità partigiana a rinascere nel dopoguerra. Con quali finalita'? Ci fu mai un impiego operativo?

“Si, ma non se ne parlava mai. Prima ancora di Gladio, costituita solo nel 1957, c’era il sentore che ci fossero già delle organizzazioni informali (Stay Behind) facenti capo in qualche modo alla Nato. D’altra parte, la situazione sul confine orientale in quegli anni era piuttosto tesa. La questione di Trieste rimaneva aperta, Tito – in un discorso del novembre 1953 – nel silenzio del Governatore inglese considerava già acquisito alla Jugoslavia il territorio della Zona B e rivendicava anche la Zona A, concedendo solo l’internazionalizzazione della città e del porto. Già al mattino successivo a Udine e nei maggiori centri si svolgevano cortei studenteschi ad oltranza, con uno scatto d’orgoglio quando il Governo, che accusavamo di inerzia, in seguito allo spostamento di truppe titine inviava verso il confine orientale un rinforzo di paracadutisti. Senza che nessuno ci chiedesse niente, in quei giorni numerosi studenti (ed io con loro) cominciarono a frequentare la scuola paracadutisti presso la palestra dei vigili del fuoco di Udine, assieme a personaggi di una decina d’anni più anziani, da noi rispettati ed ammirati, che avevano già avuto esperienze militari. C’era con noi, ricordo, anche un simpaticissimo carabiniere. Forse per sorvegliarci”.

Quanto durò quell'esperienza e che ricordo ne ha?

“Nessuno ci ha mai fatto proposte, ma la nostra disponibilità era nota ed evidente. Assieme a tutto il gruppo dei giovanissimi, effettuavo il mio primo lancio da un trimotore SM-82 sul prato di Ronchi dei Legionari (non lontano dalla linea di confine) il 29 agosto 1954, completando lanci di brevetto nei mesi successivi. In caso di necessità, con orgoglio avremmo risposto all’appello. Ma non c’è stato bisogno, perché il 5 ottobre 1954 veniva firmato il memorandum che assegnava all’Italia tutta la Zona A, Trieste compresa, ed alla Jugoslavia la Zona B. Avevo da poco compiuto 17 anni: due anni dopo ero in Accademia come allievo pilota”.

 

di Marco Petrelli

 

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