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Conte il Re, Grillo il bastonatore e Franceschini il furbo. Renato Farina: "Bulli al potere"

Renato Farina
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Espandono il loro torace sulle nostre disgrazie. Non esprimono ragioni, non accettano esami, perché sono sopra il bene e il male. Hanno sostituito alla democrazia repubblicana l'autorità insindacabile della carica acquisita, del seggiolone che nessuno può rovesciare. Perché? Perché sì. Hanno gli strumenti per fregarsene. È il Regno dei Bulli. Agiscono come autocrati. Parlano ciascuno come fosse Aristotele al cui cospetto si può solo inchinarsi e replicare: ipse dixit. E nessuno può pretendere di giudicarli, di sottoporli a un esame popolare. Anche se noi non disperiamo. Il popolo talvolta ha un fiato possente nascosto nel petto striminzito dallo strazio perdurante. 1 - Il bullo imperiale ha prodotto e sceneggiato un ritratto di sé stesso come Giulio Cesare che piega il ferro della storia, e però non governa il mondo come gli spetterebbe, ma in umiltà accetta di salvare l'Italia. Giuseppe Conte si è presentato agli italiani in un film estatico ed estasiante, con la lieve brezza che muove il suo ciuffo da giovane zar. Sullo sfondo c'è villa Pamphili, ci sono gli Stati Generali da lui convocati in un eccesso di generosità da sovrano, mentre le chiome folte degli alberi rispondono allo stormire dei capelli di Giuseppe Conte, dove ci si immagina si nasconda felice l'usignolo del paradiso. Il Rinascimento e il Principe. Del resto aveva già preannunciato il Piano di Rinascita. Ma qui siamo al Clavicembalo, all'Organo da diecimila canne della Rinascita. Volendo è una citazione del 1815 del Congresso di Vienna, con i potenti d'Europa nella parte di valletti per onorare il genio del Metternich stavolta proveniente da Foggia. Cinque minuti e due secondi di film, rispetto a cui le pose mussoliniane a petto nudo e a cavallo dei cinegiornali Luce sono atti di modestia. Questo è il ritratto dell'Italia di oggi, vista dalla parte di chi comanda. Ho rivisto tre volte questo incredibile documento trans-umano, nel senso di transumanza, dove noi italiani siamo le pecore invisibili condotte al pascolo da questo buon pastore damerino. I 60 milioni di italiani non esistono, i loro drammi di questi mesi, il Corona e il post-Corona, con le aziende moribonde e i padri e le madri di famiglia che non ci dormono la notte, non esistono. Esiste il bullo. Appaiono frammenti di cinque secondi dove appaiono e scompaiono, come vallette di Mike Bongiorno con la sua Sabina Ciuffini, le fatine Ursula von der Leyen, Christine Lagarde, e i paggetti Paolo Gentiloni e David Sassoli che gli fanno salamelecchi sperticati.

Nerone e Tigellino - Come Nerone con la cetra, e sotto l'Italia che brucia ma non si vede, si nota soltanto la reggia e lui che fa sapere: non torneremo alla normalità, non mi accontento, sarà di più, tranquilli, ci sono io. E tutto sarà più bello, più prospero, dopo che l'avrò ricostruita con le idee che farò finta di ascoltare dagli altri, ma in realtà so già tutto. E ha comunicato di avere un progetto, pronto, prontissimo. E lo ha esposto in un groviglio di innovazione, digitalizzazione e decine di altre parole-talismano. Che non contengono nulla dentro di loro, ma valgono per l'effetto che il loro suono magico procura. Proprio come i versi di Nerone, ispirati e lodati dal suo Tigellino-Casalino, che è la sua ombra, tipo Rasputin dietro lo zar Nicola, e finirono male entrambi. Annuncia: «Un Paese completamente digitale» ma anche un «tessuto economico più competitivo e resiliente» per imprese e lavoro. Che passa attraverso l'ambiente, le infrastrutture, la ricerca, il sostegno alle filiere produttive, un ordinamento giuridico «più moderno e attraente» ed anche «un'Italia più equa e inclusiva». Sono nove i capitoli del masterplan «Progettiamo il rilancio». Si va da una bella spinta - issa, issa! - alla fibra ottica fino al 5G e agli incentivi per i grandi progetti di automazione e intelligenza artificiale, da un «passaggio più rapido a veicoli meno inquinanti» alle riforme nel campo della giustizia e del fisco. Manca il premio sotto i tappi della spuma e poi siamo al mondo fiabesco di Alice. Spiace non ci sia Francesco Cossiga a graffiare da Gattosardo questo bullo. Il quale non va in parlamento. Non discute nelle sedi dove si esercita la democrazia costituzionale, ma si inventa una giostra barocca, con minuetto e quadriglia. Questa settimana ci sta costruendo non la ripresa ma un mausoleo dove ci sta seppellendo in uno spreco di marmi e affreschi. Qualcuno che può si ribelli. «Concretezza!», ha chiesto Mattarella alle bolle di sapone. Ezio Mauro ha spiegato con delicatezza su Repubblica il delirio di onnipotenza senza alcuna forza reale cui Conte consegna se stesso e purtroppo l'Italia. Il suo piano - scrive - è un'enciclopedica agenda in 55 voci così esagerata da «dare l'impressione che l'ambizione non sia sorretta dal metodo e Conte abbia varato con gli Stati Generali un'operazione in proprio, auto-stabilizzandosi come perno della fase di ripresa». Traduzione nostra: un bullo. Ha messo al lavoro Vittorio Colao per tre mesi con decine di persone competenti a servizio. Ha presentato una visione di futuro, con progetti e numeri. Li butta via. Perché, domandano Colao e i suoi? «Mi dispiace ma io so' io, e voi non siete un cazzo», fa sapere Alberto Sordi.

L'elevato - 2 - Il secondo bullo è Beppe Grillo. Ha fondato il Movimento 5 Stelle, da tempo si è ritirato nelle sue ville, incoronandosi da solo come Napoleone dandosi il titolo di «Elevato». Ma dev' essersi spezzata la fune dell'ascensore ed è piombato tra noi con la volgarità del padrone del vapore che mette in riga la plebe che sta giù. Uno vale uno eccetera? Ma no. Anche qui siamo ad Alberto Sordi, nei panni profetici di Marchese del Grillo. Uno qualche volta è Tutto. Beppe da Genova potrebbe tranquillamente scrivere sul suo stemma papale «Totus meus». Alessandro Di Battista, che piaccia o no rappresenta una bella fetta di sentimenti originari dei Cinque Stelle, ha esposto le sue idee poco tenere verso l'attuale governo e verso l'attuale dirigenza del Movimento che punta a un'alleanza stabile con il Pd e al consolidamento di Giuseppe Conte come candidato premier del M5S alle prossime elezioni. Grillo ha trattato "Dibba" da cretino col botto, da malato di mente che non riesce a uscire dalla galera di un sogno primordiale: «Pensavo di aver visto tutto, ma c'è chi ha perso il senso del tempo e vive i giorni della marmotta». La colpa? Aver chiesto un congresso grillino per decidere. Era stato del resto programmato a suo tempo e poi congelato per il Covid. Si chiamerebbe democrazia. Ma siamo al tempo dei bulli. Non che Di Battista non abbia esercitato in passato la medesima prepotenza bullesca. Ma rispetto al bullismo del capatàz fa tenerezza, novello e già vecchio "Che" Guevara in scooter spompato.

3 - Il terzo è meno monumentale dei primi due bulli della nostra politica umiliata. Dario Franceschini però è il più furbo e stagionato dei tre. Ha la forza del vice, che però è vice solo per la forma e se ne sta coperto per comandare meglio senza bisogno di essere eletto da nessuno nel ruolo di dominus del Pd. Il quale partito avrebbe sì un altro capo, Nicola Zingaretti, ma gli ha rubato la popolarità il Commissario Montalbano, di cui sembra l'eterno panchinaro. È segretario senza potere. Ogni dieci minuti i mass media rivelano le sue magagne di mascherine e guanti cinesi da presidente del Lazio. Lo fanno con quella delicatezza particolare che tradisce il tratto perfido di chi lo fiacca ma non lo spodesta. Franceschini non lo butta giù, gli fa da paravento, dietro cui aspira, eccome se aspira. A cosa? A tutto. Intanto è il numero uno del Pd al governo. Manda avanti Francesco Boccia a fare la figura del pirla, e lui invece forte della antica copertura di Walter Veltroni e Paolo Gentiloni è protettissimo in Rai e sugli ex grandi giornali, che lo rilanciano come inventore della cultura italiana, mentre sta facendo naufragare il turismo friggendo chiacchiere come gli gnocchi in Romagna. È il bullo con la vaselina. Il più insidioso per le parti posteriori del popolo.

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