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Pietro Senaldi, Salvini e gli immigrati clandestini: "Rompono le p***e? Quello che il Pd fa e non può dire"

Pietro Senaldi
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Poiché la maggioranza a parole dice di voler condividere le responsabilità delle scelte di politica economica del governo con l'opposizione ma nei fatti non lo fa, non riuscendo neppure a mettersi d'accordo al proprio interno, Salvini ha iniziato la campagna elettorale per le Regionali. Il leader della Lega è partito dalla Toscana, per sostenere Susanna Ceccardi, la sindaca di Cascina. Ancora una volta l'ex ministro dell'Interno ci metterà la faccia, rischiando del suo in una terra tradizionalmente favorevole alla sinistra. Sarà dura vincere, ma bisogna riconoscere a Matteo che il fegato non gli manca. Ieri Libero in apertura titolava «Nuova ondata di immigrati. Salvini, salvaci tu». Neanche a farlo apposta, il leghista oggi è partito con il botto, dichiarando che «l'importante non è il colore della pelle ma che chi arriva sia gente perbene, che paghi le tasse e non venga mantenuta; perché non vogliamo clandestini che vanno in giro a rompere le palle». La frase suona politicamente scorretta, il che significa che è giusta. Nessun Paese civile tollera immigrati irregolari, che sono sinonimo di mancata integrazione, povertà e delinquenza. Nessuno ama i clandestini, neppure la sinistra, che infatti vuole regolarizzarli in massa.

Per tutti l'immigrazione incontrollata è un problema e rompe le palle, per dirla con il leader della Lega. La differenza sta solo nelle soluzioni proposte. I progressisti sostengono che il caos della clandestinità possa sparire regolarizzando tutti, senza chiedere nulla in cambio a chi arriva, che solo per il fatto di essere un uomo avrebbe il diritto a diventare italiano. L'illegalità si batte rendendo legale ciò che non lo è; questa la ricetta del Pd, una prelibatezza solo italica, che sarebbe un po' come depenalizzare i furti per non avere più ladri.

Affari coi profughi - Quando arriva un barcone, i democratici aprono le porte, e poi si vede; c'è chi se la cava, chi fa affari sui profughi, chi li fa battere in strada, chi li fa esordire in serie A, ma capita a uno su un milione, chi incassa 35 euro al giorno per farli vivere in lager, chi li chiama «risorse» anche quando stuprano e sgozzano, chi li lascia vagare come anime in pena in strada, senza un'occupazione dignitosa e liberi di molestare i passanti. I grillini sull'immigrazione hanno una posizione ignota a loro stessi. Possiamo solo constatare che, quando governano con Salvini, lasciano a lui il pallino, salvo poi spedire in missione nei porti il presidente Fico o altri gruppettari vestiti da no global per contestare quel che fa il loro esecutivo. Quando invece siedono nella stanza dei bottoni con il Pd, fanno gli indiani. Consentono ai dem di aprire i porti e parlare come la Boldrini, mandano a processo il loro ex alleato Salvini per sequestro di persona ma poi non cambiano mezza norma in tema immigrazione. Il centrodestra invece ha una posizione univoca e realista dai tempi della Bossi-Fini, e anche prima. Come tutti gli altri Paesi europei, accetta l'immigrazione ma pretende di regolarla e contenerla nei limiti entro i quali può portare un contributo alla società italiana anziché danneggiarla. Questo pragmatismo umanitario, rispondente al principio «aiuto chi posso, chi mi serve e chi riesco a far vivere decorosamente», è chiamato dalla sinistra razzismo, un concetto chiaro e definito che i progressisti allargano a proprio uso e consumo fino a fargli ricoprire tutto ciò che non coincide con loro. È una deriva pericolosa, dove l'ideologia prevale sulla realtà, che viene combattuta demonizzando tutto ciò che è diverso dal pensiero progressista. Nella loro ruvidezza, Salvini, la Meloni, ma anche Berlusconi, e forse perfino Renzi e Calenda, sebbene con principi diversi, provano ancora a parlare di politica e dei problemi reali dei cittadini. Così il leader della Lega ha attaccato il decreto semplificazioni di Conte, «chiacchiere», e ha ironizzato sulla decisione dell'esecutivo di affidare la partenza dell'anno scolastico ad Arcuri, l'uomo del flop delle mascherine.

Un'altra italia - A dimostrazione che c'è ancora un'Italia per cui rinviare la scadenze fiscali dall'1 al 20 luglio, come ha fatto il governo, non è neppure un'elemosina, ma solo una presa in giro. Mentre c'è un'altra Italia che, come scrive il nostro Specchia nell'editoriale di oggi, sospende un chirurgo per due mesi per una frase omofoba scappata in sala operatoria, lasciando un ospedale senza primario e rinviando gli interventi per dare soddisfazione a uno specializzando che si era sentito offeso. Se trasformiamo le sale operatorie in salotti di bon ton o ne facciamo dei set da talkshow televisivo dove, con il paziente aperto, l'ultimo arrivato può aprire un processo etico nei confronti del primario mentre ha il bisturi in mano, significa che abbiamo perso il senso della realtà, ma anche il rispetto del lavoro, della gerarchia e della vita.

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