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Luca Palamara, il giudice Stefano Fava: "Il giorno in cui Davigo mi disse che..."

Cristiana Lodi
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«Ha presente quattro persone sedute intorno a un tavolo di un metro per uno? Ecco, dieci centimetri a distanziarci l'uno dagli altri. All'epoca, tra la fine di febbraio e l'inizio di marzo 2019, non c'era l'esigenza del distanziamento per via del Covid. Se ha modo di passare in via Della Giuliana numero 59, può entrare in quel ristorante e verificare lei stessa lo spazio disponibile. Baccanale, si chiama. Ci siamo incontrati lì quel giorno».

Dica, dottor Stefano Fava, c'era anche Piercamillo Davigo a quel pranzo?
«Confermo. Fui invitato insieme con il dottor Sebastiano Ardita, che era entrato a fare parte della nuova corrente di Davigo. Entrambi mi avevano proposto di candidarmi per le elezioni dell'Associazione nazionale magistrati. Con noi c'era un quarto collega: il dottor Ermino Amelio. Fu proprio Erminio a presentarmi il dottor Ardita. Siamo andati al Baccanale poiché al solito ristorante, dove in genere andiamo noi magistrati, non c'era posto».

 

 

Stefano Fava, ex sostituto procuratore a Roma e oggi giudice civile a Latina, è indagato a Perugia. Rivelazione del segreto d'ufficio e favoreggiamento, le accuse. Al centro c'è sempre l'ex presidente dell'Anm, Luca Palamara. "Ricusatore", davanti al Consiglio Superiore della Magistratura, del togato Piercamillo Davigo. Questi dovrebbe giudicarlo nel procedimento disciplinare cominciato due giorni fa a Palazzo dei Marescialli e subito rinviato. Palamara ha citato Davigo come testimone perché (a suo dire) sarebbe coinvolto nella stessa vicenda per la quale egli stesso è finito sotto processo al Csm. Ossia avere "screditato" l'ex procuratore di Roma Giuseppe Pignatone.

Dottore, è vero che lei, Davigo e gli altri, al ristorante avete discusso dei suoi contrasti con il Procuratore Giuseppe Pignatone, all'epoca a capo del suo Ufficio?

«Vero. Ho parlato ai colleghi delle divergenze di vedute all'interno del mio Ufficio e dei conflitti di interesse (da me segnalati) fra il Procuratore e alcuni indagati nei confronti dei quali pendeva una richiesta di custodia cautelare. Si trattava di una problematica di natura personale e familiare. La questione era se il Procuratore si dovesse astenere (come io ritenevo) nei procedimenti che riguardavano ben tre degli indagati in oggetto, tali Amara, Bigotti e Balistreri. Risultava che questi avessero conferito incarichi professionali al fratello del Procuratore, che fa l'avvocato e si chiama Roberto Pignatone. Insomma, io ritenevo che il capo del mio Ufficio si dovesse astenere. E a quel pranzo parlammo della faccenda e dei miei contrasti con Pignatone proprio per questa ragione. Ma voglio precisare».

Prego.

«Gli argomenti dei quali abbiamo parlato quel giorno al Baccanale erano e sono il risultato di un procedimento giudiziario (il 44630/16), culminato poi con una serie di arresti, che era già stato definito a luglio 2018. Una cosa ormai diventata di dominio pubblico, con la stampa che ne aveva parlato in lungo e in largo. Ripeto: il nostro pranzo risale alla fine di febbraio o forse all'1 o al 2 marzo. Non ricordo con esattezza. È stato Ardita a intavolare il discorso perché conosceva bene quell'inchiesta. E quindi la introdusse. Io, in quanto all'epoca sostituto procuratore a Roma, dissi dei contrasti e delle divergenze di vedute all'interno del mio Ufficio e dei possibili conflitti di interesse che avevo segnalato fra il Procuratore e alcuni indagati. Tutto qui. E ribadisco: parliamo di una faccenda già definita e ormai pubblica».

Quali erano, esattamente, le divergenze e i contrasti all'interno del suo Ufficio?

«Almeno tre di quegli indagati avevano conferito incarichi di lavoro al fratello, avvocato, di Giuseppe Pignatone. Questo, a mio avviso, meritava un'astensione da parte del Procuratore stesso».

E invece?

«Invece dobbiamo fare un passo avanti. Di uno o due giorni successivi al pranzo con Davigo, Ardita e Amelio. È il 5 marzo. Vengo convocato da Pignatone in una riunione insieme con altri colleghi. In quella sede si discute della questione astensione. Ognuno dice quello che deve dire e io sostengo l'opportunità dell'astensione del Procuratore. Quattordici giorni dopo mi arriva una sorpresa».

Quale?

«È il 19 marzo e ricevo una missiva. Nella lettera, di fatto, viene riportata un'altra storia rispetto a quella che io avevo sostenuto nella riunione del 5 marzo. In sostanza la mia volontà era rappresentata in modo contrario rispetto a quanto avevo invece chiaramente espresso».

Cioè la non astensione del Procuratore?

«Suonava così: "Anche tu sei d'accordo e semmai è un tuo problema" . Ma come? Io avevo detto esattamente l'opposto. Ero per l'astensione. Per forza: c'erano dei conflitti d'interesse fra il Procuratore e almeno tre di quegli indagati. Ma l'atteggiamento riservatomi è stato: "Io sono il tuo capo e tu devi essere con me in ogni modo". Insomma, ho avuto l'impressione che dal conformismo che ha sempre caratterizzato la magistratura, si fosse passati a un tentativo di sudditanza. Non era mia intenzione dover abbassare la testa, senza oltretutto avere nemmeno visto tutte le carte. Abbassare la testa così: alla cieca. Allora per tutelarmi, il 27 marzo seguente, ho presentato l'esposto al Csm. Ho dovuto farlo per tutelarmi ».

Cos' ha detto Davigo e cos' ha detto Ardita, a quel pranzo, prima della presentazione del suo esposto?

«Ardita conosceva benissimo il tema dei conflitti e ha pure citato un caso analogo, totalmente coincidente con il mio e che ha riguardato il governatore siciliano Totò Cuffaro e ancora Roberto Pignatone, fratello del Procuratore. Il fatto è anche citato nel libro "Intoccabili", di Marco Travaglio e Saverio Lodato. Entrambi, Ardita e Davigo, hanno giudicato la vicenda riguardante me, Pignatone e il mio Ufficio, di indubbia rilevanza e che meritava accertamenti approfonditi da parte del Csm. Cosa che poi, dopo la riunione e la lettera del 19 marzo, io ho fatto. Mi pare che Davigo stesso non abbia negato la circostanza. Tutto questo è depositato; così com' è depositato il verbale in cui io dico la stessa cosa e ora allegato alla richiesta di ricusazione presentata da Luca Palamara al Csm contro Davigo. Ma tengo a precisare: io a Luca Palamara non ho mai chiesto nulla. E non esiste intercettazione che possa dire il contrario».

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