Reggio Calabria, 8 ott. (Adnkronos) - "O sono un po' folle o non ho nulle da nascondere, e io dico che non ho nulla da nascondere". L'ex procuratore aggiunto della Dna Alberto Cisterna è testimone al processo che si sta celebrando oggi a carico della famiglia Lo Giudice a Reggio Calabria. Agli atti del processo ci sono i contatti del magistrato con l'imputato, fratello dell'ex pentito Antonino Lo Giudice. Tra le contestazioni ci sono le lettere e i contatti con cui Luciano Lo Giudice interessò il magistrato del suo arresto. Cisterna ha chiarito che aveva segnalato Lo Giudice al colonnello Michele Ferlito dei servizi segreti poiché gli era stato suggerito dal sostituto procuratore della Dda di Reggio Calabria Francesco Mollace (testimone al processo alla stessa udienza di oggi) come possibile confidente per la cattura del latitante Pasquale Condello, super boss sul quale si stavano concentrando le ricerche da tempo. I tre si incontrarono per le presentazioni al parcheggio dell'aeroporto di Fiumicino. Per questo motivo, quando venne arrestato, Lo Giudice ritenne di dovere interessare il magistrato. "Lo Giudice pensava di essere diventato parte delle istituzioni", è la giustificazione che l'ex numero due della Dna ha fornito. Nella sua carriera, Cisterna si era occupato della vicenda di Maurizio Lo Giudice, il fratello più piccolo di Luciano e Antonino. Diventato collaboratore di giustizia, ebbe una grave forma di anoressia e Luciano si preoccupò di fare in modo che ottenesse gli arresti domiciliari. Un fatto sintomatico per Cisterna quando, a distanza di anni, ha conosciuto Luciano perché "non è usuale che i parenti di un collaboratore di giustizia abbia a cuore le sorti di chi ha mandato in galera tanta gente". (segue)




