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Roth-Zweig, quella corrispondenza di contrastati sensi

Esce la raccolta delle lettere dei due grandi scrittori austriaci con al centro la questione ebraica, la guerra, Hitler, l’esilio...
di Carmelo Claudio Pistillogiovedì 29 gennaio 2026
Roth-Zweig, quella corrispondenza di contrastati sensi

4' di lettura

Scrivere lettere può far nascere un’amicizia o renderla più profonda. In particolare per uno scrittore la lettera non è solo un modo per consegnarsi alla scrittura come fosse la vita. Spesso aiuta a illuminare ciò che non appare nella sua opera, se non in forma trasfigurata e meno intima. Nella lettera la grammatica è quella dell’io più segreto e delle sue tante verità. Non sempre però l’autore è trasparente.
A volte può fingere un’autenticità più convenzionale. Ci sono epistolari corposi e di una sincerità estrema come quello risalito dalle nebbie interiori dei fratelli van Gogh, oppure formali come nel caso di Leopardi e del padre Monaldo. Sul piano amoroso c’è quello che registra l’agitata passione tra Dino Campana e Sibilla Aleramo. Potente e vertiginosa è la corrispondenza colta fra Rilke e la Cvetaeva, che si sfiorano solo con le ali della poesia. Appassionato come un “incantesimo di sole” è il carteggio tra D’Annunzio e la Duse. Vivo è infine il ricordo delle struggenti lettere tra Abelardo ed Eloisa odi quello intellettuale sigillato da Boccaccio e dal suo idolo Petrarca. La letteratura è perciò colma, oltre che di opere, di un universo parallelo rappresentato dallo scambio di lettere tra scrittori che si cercano per unirsi in una parola comune, per poi scollarsi e seguire il destino del proprio vocabolario. Rivelatrice di questa scrittura dell’io è la bellissima raccolta di lettere di due autori austriaci di altissimo valore come Joseph Roth (1894-1939) e Stefan Zweig (1881-1942), Ombre folli. Lettere 1927-1938 (Adelphi, a cura di Madeleine Rietra e Rainer Joachim Siegel. Postfazione di Heinz Lunzer. Prefazione e traduzione di Ada Vigliani, pp. 516, € 32), introdotta in copertina dall’unica fotografia che li ritrae insieme. Sorridente Zweig, sospettoso Roth.

Il legame prende vita quando l’emergente Roth invia a Zweig, autore già affermato, Ebrei erranti, il ritratto degli ebrei in Europa decisi a lasciare le povere regioni dell’Est europeo per stabilirsi a Vienna, Berlino, Parigi o New York. Il libro è apprezzato, e i due cominciano a piacersi, infittendo questo meraviglioso pannello epistolare dopo la pubblicazione del primo capolavoro di Roth, Giobbe. I temi su cui si misurano sono i loro progetti letterari e le vicende editoriali. Argomenti indefettibili sono naturalmente quelli politici, saturati dalla presa di potere di Hitler in Germania e dalla precaria situazione economica di Roth, dovuta ai debiti accumulati per l’atteggiamento sciagurato con il denaro (abita in alberghi e presta soldi), le spese per l’assistenza della moglie, ricoverata in un istituto per malattie mentali, e infine l’alcol di cui ha bisogno come l’aria per evitare la bancarotta della parola. Scrivere, per Roth, significa vivere. Per questa ragione lavora febbrilmente. È talmente stremato dalla complessità della sua esistenza, che anche l’articolo più stupido gli “costa tre giorni di lavoro”. Le sue lettere sono più numerose di quelle di Zweig, il cui ruolo pare essere quello di chi ascolta e che sente il dovere di ridimensionare i disperati sfoghi dell’amico amato come un fratello, prodigandosi concretamente in consigli e aiuti materiali. Entrambi ebrei, difendono una cultura europea sovranazionale con radici nell’Impero austriaco e con altrettanta evidenza nell’ebraismo.

La distanza culturale fra loro discende da una diversa concezione dello scrittore. A differenza di Roth, ostile a qualsiasi compromesso, e convinto di combattere la sua battaglia politica contro il nazionalsocialismo solo sui giornali, il più riflessivo Zweig evita di esporsi pubblicamente, confidando che le sue idee filtrino attraverso i suoi libri. Con gli anni, però, anche lui sarà costretto a riconoscere l’impossibilità di rigenerare l’anima europea. Lo stile di Zweig è pacato ed elegante, mai oltraggioso. Istintivo e ardente è viceversa il linguaggio di Roth, che si vive come un cumulo di macerie: «L’amicizia con me è sempre funesta». Talvolta ha lampi ingiuriosi: «Forse le mie parole non riescono a raggiungerLa, tanto Lei è come chiuso dentro le valve di una conchiglia. Sente il rumore, che Lei stesso produce, e lo scambia per la voce del mondo, per la voce della ragione». L’artiglio polemico e sgradevole di Roth non scalfisce la «goethiana arte di vivere» di Zweig, che conferma la loro fraterna amicizia: «Lei può fare tutto quello che vuole, può disprezzarmi, può attaccarmi in privato o in pubblico, non potrà impedire che io provi per Lei un amore infelice, un amore che soffre per le Sue sofferenze e che si sente ferito dal Suo odio. Faccia pure resistenza, non le servirà a nulla!». Irrimediabilmente malato, Roth muore a Parigi all’età di 45 anni nell’ospizio dei poveri. «Non diventeremo vecchi, noi esiliati», sono le parole profetiche di Zweig dopo la morte di Roth, il quale, psicologicamente travolto dall’inarrestabile marcia della dittatura, la sua “anima buona” viene risucchiata dalla depressione. Dopo la fuga dall’Austria, un paese senza speranza, e l’esilio volontario in Inghilterra e negli Stati Uniti con la moglie Lotte, Zweig trova un futuro meno penoso in Brasile. Scrive Novella degli scacchi, metafora della disfatta dello spirito e di rinuncia alla lotta, nonché l’autobiografico Il mondo di ieri, che riflette il dramma di un’intera generazione trascinata verso una catastrofe politica e morale. Con la sua Felix Austria nel cuore, condannata all’irreversibilità di eventi tragici, si sente sul bordo dell’abisso. È lì che sta precipitando anche l’Europa. Avvinti dalla promessa di non separarsi mai, Zweig e la moglie si tolgono la vita un anno dopo la scomparsa dell’amico. Chissà se in quel momento avrà visto le tenebre che Roth gli rimproverava di non vedere, oppure gli sarà apparsa la luce della liberazione dall’anticamera dell’inferno che è la vita, l’Ade dove l’uomo si muove sotto forma di ombra folle, abbandonato dalla ragione.