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Niccolò Ammaniti, la linea invisibile che divide l'innocenza dall'età delle ombre

In libreria il nuovo romanzo dello scrittore Premio Strega: la storia di un tredicenne che deve scegliere tra libertà e obbedienza ai segreti di famiglia
di Francesco Musolinomercoledì 4 marzo 2026
Niccolò Ammaniti, la linea invisibile che divide l'innocenza dall'età delle ombre

3' di lettura

Nei romanzi di Niccolò Ammaniti, c’è un momento preciso in cui l’infanzia smette di essere riparo e diventa un confine da varcare. Il custode (da domani in libreria per Einaudi Stile Libero, pp.176 €16,50) si colloca esattamente su questa linea di frattura. Il romanziere romano non racconta soltanto il timore dell’ignoto, ma l’istante in cui un adolescente scopre che crescere significa anche dover scegliere tra obbedienza e libertà, fra le regole e i sentimenti. Perché non sempre una casa è un rifugio, talvolta, sembra una prigione costruita sui doveri e Ammaniti racconta una famiglia matriarcale che da generazioni custodisce un antico segreto, un incarico che non consente alcuna scelta.

Il protagonista, Nilo Vasciaveo, ha tredici anni e vive con la madre e la zia a Triscina, un borgo siciliano affacciato su un mare che d’inverno sembra trattenere il respiro: le case basse, la spiaggia fuori stagione, il vento che spazza la sabbia compongono un paesaggio sospeso, come una bolla nel tempo. Ma il centro del romanzo è proprio questa casa isolata, un luogo claustrofobico che non ammette concessioni per proteggere un male che evoca un tempo remoto. Ammaniti torna così a quella soglia inquieta che attraversa tutta la sua narrativa dell’infanzia: la linea d’ombra che separa il mondo protetto dei ragazzi dalla rivelazione improvvisa del lato oscuro degli adulti.

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Era accaduto con Michele Amitrano in Io non ho paura; con Lorenzo in Io e te, chiuso in uno spazio sotterraneo per difendersi da un mondo percepito come altamente invasivo; accadeva con i bambini di Anna, obbligati a reinventare regole e gerarchie quando gli adulti erano improvvisamente scomparsi dalla scena post apocalittica. Tre anni dopo La vita intima (tutti i romanzi di Ammaniti sono editi da Einaudi), anche Nilo si ritrova su quella soglia ma, stavolta, il male non ha un aspetto sociale ma tratti arcaici: non è un episodio ma un compito che si tramanda. La casa dei Vasciaveo ruota tutta attorno ad una stanza che racchiude un segreto. Non è soltanto un luogo fisico, è il fulcro simbolico dell’intera narrazione.

Le gerarchie, i divieti e la necessaria complicità, costituiscono un principio che regola ogni cosa - («Mamma mi aveva avvertito, scordati gli amici, scordati i viaggi, il mondo inizia e finisce a Triscina, noi abbiamo un compito, occuparci della cosa nel bagno»)-, è ciò che tiene insieme la famiglia e al tempo stesso, la imprigiona. Ed è qui che si apre la frattura. L’arrivo di Arianna, una giovane donna bella e alla deriva, e della figlia Saskia, creano uno scompiglio inatteso. Per la prima volta, Nilo sperimenta una leggerezza che non conosceva e l’irruzione del desiderio, persino del sentimento, spalanca le porte ad una felicità possibile, quanto pericolosa. Per Nilo questa ventata di futuro rappresenta l’idea di poter vivere senza che sua madre decida per lui e fra questi due poli — la casa e Arianna — Ammaniti gioca l’intero romanzo.

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Nella sua prosa, Nilo è un tredicenne chiamato a scegliere e l’amore che sente nascere è destabilizzante, è la crepa che mette tutto in discussione, rendendo insopportabile ciò che fino a un attimo prima sembrava naturale; di colpo, l’obbedienza non appare più come destino, ma come una rinuncia dinnanzi ad un’alternativa inattesa quanto ammaliante. La scrittura è asciutta, fortemente visiva, capace di alternare lentezza descrittiva e improvvise accelerazioni, racchiudendo anche alcune circostanze inverosimili che il lettore deve accettare, facendole proprie.

Diamo, inoltre, merito ad Ammaniti di non aver dato spazio ad alcun folklore, difatti, la Sicilia che emerge dalle sue pagine non è una cartolina, ma un luogo in cui le radici imprigionano e il mare promette la fuga. Crescere, ne Il custode, non significa soltanto perdere l’innocenza ma assumersi il rischio di interrompere una catena, spezzando il circolo del tempo e il romanzo gioca tutto su una tensione sospesa che monta sino alla fine.

Con questo libro Ammaniti conferma la sua grande vocazione nel saper raccontare l’infanzia come territorio estremo, esposto al trauma ma capace di flettersi senza spezzarsi, cicatrizzando il passato. La crescita di Nilo suggerisce che diventare adolescenti non sia un passaggio naturale, ma un (necessario) atto di rottura. Una scelta che richiede il coraggio di aprire una porta, accettando ciò che ci attende là fuori, oltre la linea d’ombra conradiana dell’orizzonte.

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