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Se l’indagine diventa una resa dei conti con la vita

Un thriller psicologico in cui alla fine il protagonista si ritrova faccia a faccia con il colpevole ma pure col Male
di Maurizio Zottarellimartedì 28 aprile 2026
Se l’indagine diventa una resa dei conti con la vita

3' di lettura

Come nei migliori gialli, il palcoscenico in cui si consuma il dramma e nel quale si muovono vittime e carnefici è circoscritto: un paesino in una valle della bergamasca, anzi una palazzina di sei appartamenti all’interno della quale accade tutto. Raul Mantovani in I morti hanno sempre ragione (Baldini+Castoldi, euro 20) mette in scena un suo “omicidio sull’Oriente express”, una versione rinnovata e lombarda dei “dieci piccoli indiani” di Agata Christie.

Ne esce un thriller psicologico in cui le ferite personali, anche quelle seppellite dagli anni e dai ricordi sbiaditi, si intrecciano ai mipag. 360, steri del presente e, in qualche modo ne guidano lo svolgimento. E forse non è nemmeno un caso che l’autore, bergamasco di nascita, abbia scelto di ambientare questo suo diciannovesimo romanzo nelle sue zone di origine. Tutto inizia una sera, a Milano, mentre Andrea prova a barcamenarsi nella sua esistenza di giovane professionista dell’editoria con una fidanzata tanto bella quanto, ai suoi occhi, poco appassionante. Una telefonata improvvisa lo avverte che i genitori, da tempo trasferiti in un paesino di montagna e con i quali da anni ha pochi e spiacevoli rapporti, sono in ospedale per un avvelenamento da funghi. Andrea parte subito solo per scoprire che entrambi i genitori sono ormai morti. Una fine misteriosa e piena di interrogativi per cui il giovane decide di trasferirsi nell’appartamento dove vivevano i suoi per fare chiarezza. E qui inizia il thriller. Andrea ci mette poco a scoprire che tutti i vicini di casa avevano un motivo per poter desiderare la morte di suo padre e sua madre. Gli stessi meccanismi distorti che avevano minato il suo rapporto con i genitori, in qualche modo, si erano ricreati anche in quella palazzina sperduta tra i monti.

Così, come in una pièce teatrale, i protagonisti-indiziati dell’omicidio si affacciano a turno a porte e finestre del condominio, entrano ed escono di scena aggiungendo ogni volta un tassello alla verità. Sullo sfondo, i monti e la valle cupa e il paese con i suoi personaggi e le sue comparse: il prete, sorta di alter ego e coscienza del protagonista; una banda di giovani ultrà satanisti che si aggira come belve tra i boschi; e gli abitanti del paese, muti e ostili, che come un coro greco – privo però di coscienza e morale – giudicano e tormentano Andrea. Tra le tinte lugubri che il quadro assume, non manca qualche fascio di luce, di passione e perfino di tenerezza e umorismo. Mentre la storia d’amore con la fidanzata milanese scolora alle spalle, spunta l’energica e inaspettata figura di Miriam, esempio di donna volitiva, buona ma sicura come, fino a quel momento non se ne erano mai presentate nella vita del giovane. Alla fine, l’indagine non conduce Andrea semplicemente sulle tracce di un colpevole, lo trascina a una sorta di faccia a faccia con il male, il suo stesso in qualche modo, quello di ogni uomo. Una resa dei conti nei confronti della vita che, scopre il protagonista, scorre e conduce dove non si vorrebbe; porta via persone, luoghi, amori, anche se ci si illude che li si possa trovare sempre dove li si ha lasciati. E nella quale nessuno si salva, o raggiunge la verità, da solo.