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Le spine del campo largo e il 25 aprile antisemita

Chi predica la ripresa della lotta antifascista come problema politico attuale non è erede di chi ha guidato la Resistenza, bensì un epigono di quell’antifascismo che preparò la stagione del terrorismo
di Lodovico Festamartedì 28 aprile 2026
Le spine del campo largo e il 25 aprile antisemita

3' di lettura

Le vicende legate alla celebrazione del 25 aprile del 2026, che comprendono una isolata ma criminale aggressione contro manifestanti a Roma, ma un ancor più preoccupante, per il suo carattere politico e di massa, attacco contro gli antifascisti ebrei a Milano, richiedono una riflessione non superficiale su quel che sta avvenendo in Italia. Nonostante i travagliati processi che hanno caratterizzato una Seconda repubblica nata grazie allo strabordare dei poteri dei magistrati, negli ultimi 34 anni si è ottenuto almeno, anche, un risultato di rilevante interesse nazionale: gli ambienti della società italiana che dopo il 1945 esprimevano il loro conservatorismo manifestando nostalgie per il fascismo, e quelli che consideravano la Resistenza una rivoluzione tradita e, poi, si collegarono a settori del Sessantotto impegnati a cercare di destabilizzare lo Stato democratico, questi ambienti sono stati ampiamente svuotati innanzi tutto grazie alle scelte di lealtà costituzionale prima di Gianfranco Fini e poi di Giorgia Meloni, e, insieme, a sinistra, grazie alla fine del movimento comunista internazionale.

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Si sono di fatto create così le condizioni per una regolata democrazia dell’alternanza che non può non avere la celebrazione della Liberazione dal nazifascismo come riferimento storico fondativo della Repubblica, come di fatto ammettono anche i più autorevoli e razionali esponenti ex missini. Ma l’obiettivo di consolidare definitivamente la nostra democrazia, è ancora insidiato innanzi tutto da quel fenomeno che è stato chiamato del “morto che afferra il vivo”, di chi evoca la lotta antifascista non come riferimento storico essenziale, ma come necessità politica attuale. Un po’ come se dopo l’Unità d’Italia, invece di concentrarsi sul rilancio della nazione, si avesse messo come primo punto all’ordine del giorno l’obiettivo di continuare la lotta ai Borboni.

Chi predica la ripresa della lotta antifascista come principale problema politico attuale non è erede di chi ha guidato la Resistenza e che, con Palmiro Togliatti, promosse un ampio provvedimento di condono per reati comuni, politici e militari commessi durante l’occupazione nazifascista per favorire la pacificazione nazionale e la ricostruzione del dopoguerra, bensì è un epigono di quell’antifascismo militante che negli anni Settanta preparò la tragica stagione del terrorismo. E chi sceglie questa via non solo rappresenta un grave pericolo per la nostra democrazia, ma appunto usa “idee morte” per credere di essere ancora vivo. Il terrorismo anni Settanta aveva almeno una sua diabolica logica all’interno di quella guerra civile europea iniziata nel 1914 e proseguita in forme “fredde” dopo il 1945. Per capire la logica di quel che avvenne cinquanta anni fa, basta considerare come tutti i movimenti armati (dall’Eta all’Ira, dalle Brigate rosse alla Rote Armee Fraktion) si svuotarono dopo il 1989/1991 (caduta del Muro di Berlino, scioglimento dell’Unione sovietica).

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Naturalmente la civiltà umana dovrà sempre fare i conti con questioni intollerabili come il razzismo, nuove tendenze autoritarie, sciovinismo, concentrazioni di potere, sostituzione della retorica alla politica, ma il fascismo e dunque l’antifascismo hanno una caratteristica specifica, sono fenomeni politici prodotti da una guerra civile europea che non fu solo espressione di un conflitto di nazioni ma anche di classi, e che appunto generò parallelamente quel socialismo militarizzato che definì l’Unione sovietica, e quei regimi totalitari fanatizzati di massa (prima in Italia poi in Germania e Spagna) che rappresentarono il fascismo del Ventesimo secolo, e che si espressero in conflitti armati generalizzati fino al 1945 e poi in contrasti militarmente limitati ma radicalizzati appunto fino a quando Boris Eltsin non sostituì Mikhail Gorbachev.

Al di là degli zombie che evocano un mondo non più esistente tipo la coppia Fratoianni-Boneli, vi sono anche protagonisti dello scorso inglorioso 25 aprile che hanno saldi legami con la realtà sia - grazie anche ad ambienti dell’immigrazione - con il fondamentalismo islamico dei pasdaran, di Hamas, degli Hezbollah e degli Houthi, sia con il pragmatismo commerciale di una Cina, peraltro interessata, al massimo, a esportare fentanyl piuttosto che socialismo. Sono queste tendenze, peraltro, presenti in tutta la sinistra europea da Pedro Sanchez a Jean-Luc Melanchon a Zack Polanski, nonché, per un altro verso, tra una serie di ex politici oggi attenti ai commerci tipo Romano Prodi e Massimo D’Alema, spesso invitati, in questa loro veste, a Pechino. Questa articolata realtà pone un problema enorme a quella sinistra italiana che ancora mantiene uno spirito liberaldemocratico razionale e che sempre più si chiede se in queste condizioni sia saggio partecipare a un qualsiasi tipo di campo largo che abbia nel suo seno una corrente antisemita, subalterna all’egemonismo cinese e, al fondo antioccidentale.