Una notizia, ieri si è posata leggera in mezzo alle altre, come una di quelle storie che si raccontano da sempre e che ogni volta sembrano nuove. Marjane Satrapi è morta a Parigi, a cinquantasei anni. L’autrice di Persepolis, la donna che con la matita e l’inchiostro nero aveva raccontato al mondo cosa fosse crescere bambina sotto i mullah, il velo imposto, gli amici inghiottiti dagli arresti, l’esilio, le lotte per i diritti delle donne iraniane. Una che del coraggio aveva fatto un mestiere. E sapete di cosa è morta? Di tristezza per l’amore perduto. Nell’unica riga che la famiglia ha consegnato alle agenzie, si legge: «Marjane Satrapi è morta di tristezza poco più di un anno dopo la scomparsa di Mattias Ripa, suo marito e amore della sua vita».
Era l’8 aprile 2025. «I lost the love of my life», scrisse quel giorno Marjane su Instagram. Ho perso l’amore della mia vita, tutti conosciamo l’inglese, ma basta sporgersi oltre la semplice traduzione letterale, tuffarsi in quelle parole per essere travolti dalla disperazione di un naufrago che non cerca approdi. Ho perso l’amore della mia vita, per Marjane voleva dire «ho perso la mia stessa vita». Il suo futuro interrotto dall’ultimo respiro di suo marito e lei bloccata in un eterno passato.
La bellezza è equilibrio, non perfezione
Per parlare di bellezza potremmo partire proprio da lei, da Felicia Cigorescu, che pare uscita da un quadro rinascimenta...LA FAGLIA NEL CUORE
Era famosa, benestante, affascinante e chissà quanti amici per consolarla in questi quattordici mesi di calvario le hanno detto che poteva rifarsi una vita, che era giovane e bella e tutto era ancora possibile. Ma lei semplicemente non voleva ricominciare. Preferiva galleggiare nel vuoto dei suoi giorni fino a sprofondare giù, dentro quella faglia che si era aperta nel suo cuore. Marjane è morta d’amore, perché d’amore si muore anche se siamo nel 2026 e l’intelligenza artificiale ci dà il rimedio a ogni male, la risposta a ogni problema, La poetessa polacca Wislawa Szymborska dimostra come sia possibile tutto questo con un solo verso: «Ascolta come mi batte forte il tuo cuore». E quando il cuore dell’amato non batte più, si spegne anche l’energia che alimenta la propria vita. I giapponesi, che un po’ come i poeti trovano una sola parola per esprimere concetti complicatissimi, per spiegare la sindrome del cuore infranto dicono Takotsubo, dal nome del vaso a forma di cono che i pescatori usano per catturare i polpi. Dopo un grande dolore il ventricolo sinistro può restringersi nella parte inferiore. Chissà se il cuore di Marjane avesse cambiato forma, certamente si era svuotato.
Ne L’amore ai tempi del colera Gabriel Garcìa Márquez ci ricorda che il cuore ha più stanze di un bordello, che è possibile essere innamorati di più persone in modo diverso senza tradirle, ma esiste una stanza sola che è blindata: si entra e non si esce più. i$ quella dell’amore per sempre (il suo Florentino Ariza aspettò Fermina Daza cinquantatré anni, sette mesi e undici giorni, notti comprese).
Viene in mente la canzone di Marinella di Fabrizio De André, che racconta di una ragazza scivolata nel fiume e portata via dalle acque, e ne fauna storia dolce e atroce come una favola. Marinella è morta dieci epoche fa, e dieci epoche fa significa sempre, significa adesso. Perché certe storie non hanno data. Cambiano il fiume, il nome, il secolo, il vestito. Resta uguale la cosa che le tiene insieme, l’unica davvero eterna: il morire d’amore. C’è chi annega, chi si lascia spegnere, chi smette piano di disegnare il mondo. i$ la stessa canzone, suonata in mille lingue. Viviamo in un tempo che ha paura di queste cose. Ci hanno insegnato a non dipendere da nessuno, a bastare a noi stessi, a tenerci sempre una porta aperta, ad amare con prudenza, mai così tanto da rischiare di farci male. Lo psicologo in televisione ce lo ripete con voce morbida: il lutto si elabora, si fanno i suoi passaggi, poi ci si rialza e ci si rifà una vita.
L’amore liquido, lo chiamava il sociologo Zygmunt Bauman, una cosa che si aggiorna e si sostituisce come il telefono quando è vecchio. Tieni la porta socchiusa, non perdere mai la testa, ama prima te stesso. Sembra saggezza. Qualche volta è soltanto paura travestita da prudenza, amore tiepido che si è raccontato di essere amore maturo.
Ashgabat, la città di marmo dove sembra non viva nessuno
Candida. Abbacinante. Deserta. Una parata scenografica di giardini fioriti, viali interminabili, marmo immacolato, in gr...AMORE E MORTE
Marjane no. Lei non voleva arrendersi a vivere senza il suo uomo. Un filosofo, Gabriel Marcel, ha scritto la cosa più giusta che si possa dire sull’amore, e l’ha detta in poche parole: amare qualcuno significa dirgli, “tu non morirai”. i$ una promessa folle e magnifica, perché nessuno di noi ha il potere di mantenerla. Eppure è proprio quella la sostanza segreta dell’amore vero, l’unica scommessa che valga la pena giocare. Lei quella promessa l’aveva fatta a Mattias, che non era solo suo marito ma uno dei traduttori di Persepolis, l’uomo che aveva preso le parole con cui lei raccontava il proprio dolore di esule e le aveva portate fino a noi. Lei disegnava il mondo, lui lo traduceva. Quando lui se n’è andato, la promessa è rimasta sospesa, infranta da una parte sola, e lei non ha saputo restare al di qua. Lo ha seguito. Gli ha tenuto fede nell’unico modo che le restava, fino al punto in cui amare e morire diventano la stessa parola, la stessa promessa.




