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Machiavelli e Jabotinsky: l'arte della politica

E se il politico italiano fosse stato davvero ebreo? Magari, nato quattro secoli dopo, avrebbe avuto la stessa lucidità sulla forza e lo stesso temperamento da scrittore del "collega" russo
di Giovanni Longonilunedì 1 giugno 2026
Machiavelli e Jabotinsky: l'arte della politica

2' di lettura

Nel febbraio del 1513, Niccolò Machiavelli venne arrestato, accusato di congiura contro i Medici. Lo torturarono con la corda: appeso per i polsi legati dietro la schiena, sollevato e lasciato cadere di colpo. Resistette. Lo rilasciarono poche settimane dopo nell’amnistia per l’elezione a Papa di Giovanni de’ Medici (Leone X). Si ritirò a San Casciano, nella piccola proprietà di famiglia; si mise a scrivere e nacquero il Principe, i Discorsi, la Mandragola. In seguito, gli editori veneziani che volevano vendere quelle opere e insieme condannarle, trovarono una soluzione elegante: misero all’autore una faccia da ebreo.

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Lo ha ricostruito anni fa lo storico Massimo Firpo: la cosiddetta «testina» che comparve sui frontespizi di numerose edizioni di Machiavelli era la copia di un’incisione raffigurante un ferrarese di nome Fino Fini, tratta dal suo Flagellum contra Iudaeos. Fisionomia vistosamente giudaica. Il messaggio era chiaro: l’uomo che aveva insegnato a farsi beffe della religione usando Dio come instrumentum regni doveva avere una faccia da ebreo. Era un falso ma, in tempi recenti, sono stati ebrei come Michael Ledeen e Steven Marx a ipotizzare l’ebraismo di Machiavelli. Per la sua ammirazione nei confronti di Mosè come legislatore armato e la sua freddezza verso la morale cristiana.

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Nel 1898, Vladimir (poi Ze’ev, cioè Lupo) Jabotinsky aveva diciassette anni e viveva a Odessa. Il giornale locale lo mandò a Roma come corrispondente. Imparò l’italiano con la stessa velocità con cui aveva già imparato il russo, il francese, il tedesco. Frequentò caffè e redazioni, molto meno le lezioni alla Sapienza. Scrisse teatro, poesie, pamphlet politici in cinque lingue, firmandosi spesso con lo pseudonimo italiano «Altalena». Era un artista che aveva la politica come genere letterario d’elezione. Fondò il sionismo revisionista, organizzò una legione ebraica, elaborò la dottrina del «muro di ferro» — la pace con gli arabi sarebbe arrivata solo quando avessero compreso che il progetto ebraico era militarmente inespugnabile. Lo accusarono di essere un fascista, un guerrafondaio, un cinico. Come Machiavelli, il suo realismo veniva scambiato per assenza di morale. Come Machiavelli, la vera complessità era altrove: Jabotinsky era un liberale, voleva diritti uguali per gli arabi nello Stato ebraico, insisteva che senza giustizia non c'era nazione. Morì nel 1940 a New York, lontano dalla terra e dallo Stato che non avrebbe mai visto nascere. E se Machiavelli fosse stato davvero ebreo? Magari, nato quattro secoli dopo, avrebbe avuto la stessa lucidità sulla forza, lo stesso temperamento da scrittore costretto a fare il teorico, la stessa solitudine di chi vede chiaro in un mondo che preferisce non guardare. Insomma, sarebbe stato Jabotinsky.

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