La Basilica palladiana di Vicenza trasformata in un ottovolante. Di emozioni, esperienze, ricordi. Colori, musica e magia si intrecciano in quello che è prima di tutto un atto d’amore nei confronti delle nostre vite. Perché se fotografare è vivere più vite, lo spartito visivo di Guido Harari, fotografo e giornalista nato al Cairo nel 1952, ci aiuta a guardarci dentro, a sintonizzarci e riconnetterci con la nostra mente e il nostro cuore. E perché no, ricaricarci.
Perché la nostalgia del passato non è solo una giovinezza finita, ma è fonte generatrice di storie e racconti che danno senso al nostro esistere e che ci aiutano a «restare in luce», braccati dall’inesorabile trascorrere del tempo. Nell’era di nichilismo e fluidità risulta così terapeutico recarsi in centro a Vicenza, nel meraviglioso proscenio palladiano, e abbandonarsi a quello che è un autentico percorso introspettivo, «Guido Harari. Incontri. 50 annidi fotografie e racconti», promosso dal Comune di Vicenza in collaborazione con Rjma progetti culturali e Wall of Sound Gallery, fino al 26 luglio.
ENTROPIA COSTRUTTIVA
Percorso introspettivo, non una mostra fotografica documentarista perché, parafrasando Marcel Proust, ogni visitatore, attraversando questo “scrigno” avrà modo di rivivere momenti della sua esistenza, fissando ricordi emozionalmente significativi. Una sorta di «entropia costruttiva» quella generata da Harari, a partire dal 1965, primordi di una «memoria espandibile ancora a un ritmo umano», testimoniata dalla collezione di vinili e dalla Zeiss Ikon del padre, con la quale l’adolescente Harari riuscì ad immortalare il suo “big bang passionale” al concerto dei Beatles, al Vigorelli di Milano. Sempre in quel 1965 c’è l’incontro con i Rokes e la dedica di Omar Sharif sul manifesto del film “Il dottor Zivago”.
Harari non cerca un impiego, ma insegue la sua vocazione. A partire dagli anni Settanta, che culmineranno con la fotografia poetica di Fabrizio De André addormentato a terra, contro un termosifone, durante la leggendaria tournée con PFM «col culo esposto a un radiatore, s’era assopito il cantautore», come chioserà Faber, ritratto in tutta la sua vulnerabilità. Perché quella di Harari è una fotografia essenziale ed esistenzialista ad un tempo, che estrapola il soggetto dal contesto, quasi ponendogli domande e ritraendolo inevitabilmente “solo e singolo”.
Così eccola la sezione inedita di 24 ritratti di grande formato sospesi nello spazio della Basilica, una sospensione anche temporale in quello che è il pantheon personale di Harari, tra cui spiccano George Harrison, Leonard Cohen, Jane Goodall, Lou Reed e Laurie Anderson, Joni Mitchell, Marcello Mastroianni, Frank Zappa, Pat Metheny, José Saramago, Giorgio Armani e Margherita Hack.
DA MONTANELLI A TOTTI
E poi, altra foto iconica, questa volta del trio Gaber, Jannacci e Fo, che scherzando tra di loro sembrano quasi ricordarci come siamo, parafrasando Bernardo di Chartres, nani ai piedi di giganti o, per dirla con lo stesso Harari, come il nostro tempo sia come «Marte, un deserto rosso». Sublime, al culmine del percorso espositivo Italians, l'accostamento di Montanelli con Totti, esemplificativo dell'intento più nobile di Harari: conciliare mondi, linguaggi, distanti tra loro, ma che hanno in comune il fatto di essere «fisionomie che rompono gli schemi».




