Lipari, Sud profondo e ancestrale. Qui una mostra fotografica su un’Italia che esiste sotto la superficie del nostro sguardo. Un’Italia silenziosa, scolpita dall’acqua e dal tempo, custodita nelle grotte, negli abissi carsici, nei fiumi sotterranei e nelle cavità dove la pietra conserva ancora la memoria di ciò che siamo stati. È questa l’Italia raccontata da Carlos Solito, giornalista, fotografo, scrittore e regista, autore di «Scuru. L’abisso e la pietra», la mostra fotografica che fino al 30 agosto sarà ospitata nella chiesa della Madonna delle Grazie, sull’Acropoli di Lipari, nell’ambito della sesta edizione del Festival “Eoliè – Arte, Letteratura e Società”. Nato in Puglia, a Grottaglie (Ta), Carlos Solito è autore di reportage geografici e antropologici per le principali testate nazionali e programmi televisivi. A sua firma oltre venti volumi illustrati e romanzi. La rassegna alle Eolie, diretta artisticamente da Francesco Malfitano, nasce con la collaborazione di Lart Universe e Dalí Universe, realtà impegnate nella valorizzazione dell’arte e dei linguaggi contemporanei attraverso il dialogo tra cultura, territori e patrimonio. Curata dallo stesso Solito, la mostra raccoglie 31 opere fotografiche dedicate all’Italia sotterranea: un viaggio negli ambienti ipogei della penisola dove la meraviglia geologica incontra la storia dell’uomo. Non semplici paesaggi naturali ma luoghi della memoria, spazi simbolici nei quali il tempo sembra rallentare e riportare l’uomo alle proprie origini. La mostra gode dei patrocini dei ministeri della Cultura e del Turismo, della Commissione Europea, della Regione Siciliana, del Comune di Lipari e del Parco Archeologico delle Isole Eolie, con il sostegno di importanti partner pubblici e privati.
OSCURITÀ E RIVELAZIONI
Concessione dello spazio espositivo da parte dell’arcidiocesi di Messina, Lipari e Santa Maria del Mela. Il titolo, “Scuru”, parola che nella lingua siciliana - ed anche in altre aree del Sud, come il Salento indica il buio, racchiude già la chiave interpretativa del progetto. Per Solito il buio non è assenza, è rivelazione. Non è ciò che impedisce di vedere ma ciò che permette di guardare più profondamente. La sua fotografia nasce proprio da questo ribaltamento: entrare nell’oscurità per incontrare una forma più autentica di luce. «Per me l’abisso non è una misurazione topografica, non è soltanto una profondità espressa in metri o una successione di stratificazioni calcaree», questo il pensiero di Solito. «È prima di tutto uno spazio di attesa, un ventre materno, un perimetro di rivelazione. In un’epoca dominata dalla bulimia delle immagini e dalla tirannia della superficie, scendere negli ipogei significa compiere un ribaltamento prospettico: sotto le nostre vette, i borghi e le coste, sfila un’altra Italia, speculare e parallela, scolpita dall’acqua, che è il più grande artista ante litteram del pianeta. Nietzsche diceva che a forza di guardare nell’abisso, l’abisso finisce per guardare dentro di te. Per me, però, questo cortocircuito ha sempre avuto un’accezione positiva, quasi affettiva. Fin da bambino, sporgendomi dall’orlo delle gravine della mia Grottaglie, ho iniziato a fissare l’oscurità finché l’oscurità non ha iniziato a osservare me». Nel lavoro di Solito il sottosuolo diventa così un grande archivio culturale. Le grotte non sono certo solo formazioni geologiche ma luoghi nei quali sopravvivono tracce dell’esperienza umana: incisioni, pitture, ritualità, paure e speranze. La mostra attraversa idealmente luoghi come la Grotta del Genovese a Levanzo, con le sue testimonianze preistoriche; la Grotta del Romito in Calabria e la Cripta del Peccato Originale a Matera, dove la dimensione naturale e quella spirituale si incontrano.
OLTRE LA SCENOGRAFIA
«Abbiamo purtroppo smarrito la facoltà di leggere i luoghi, riducendo spesso la natura a una scenografia, a uno sfondo effimero per il nostro consumo quotidiano. La caverna, invece, è stata il primo vero archivio culturale della specie umana: un contenitore sacro dove il tempo si è fermato. Questa stessa urgenza di intendere il territorio come un palinsesto vivo di storie nutre anche la mia scrittura. Nei miei romanzi la geografia non è mai una cornice neutra, ma un personaggio fatto di pietra, memoria e respiro. Scrivere e fotografare sono per me due modi per fare la stessa cosa: scavare sotto la crosta delle cose per riportare alla luce l’umano». Così ancora Solito. Il rapporto tra fotografia e scrittura attraversa tutta la ricerca dell’autore. La mostra dialoga idealmente con il suo percorso narrativo, in particolare con il romanzo Troppa notte intorno a me (Sperling&Kupfer 2018), dove il viaggio esteriore diventa anche un viaggio interiore.
L'odissea della guerra tra eroi e molti orrori
Leggiamo per consolarci. Ce lo spiega Arturo Perez Reverte, ex reporter di guerra convertito alla narrativa nel 1986 col...«È esattamente lo stesso buio. L’oscurità non è mai una condanna o un’assenza di vita: è la materia prima della rivelazione. La luce nelle mie fotografie è chirurgica: sfiora la pietra, accarezza i drappeggi di calcite e definisce i volumi dell’ipogeo senza pretendere di dominarlo. Il buio resta il padrone di casa ma è un buio protettivo, mai cupo. Il visitatore della mostra, così come lo speleologo che scende in una voragine o il protagonista di un romanzo, deve attraversare la notte per ritrovare il senso del proprio cammino». Fotografia, narrativa e regia, nel percorso di Carlos Solito, sono linguaggi diversi ma accomunati dalla stessa ricerca: portare alla luce ciò che normalmente rimane na scosto. «Non ho mai vissuto la fotografia, la scrittura e la regia come compartimenti stagni o discipline separate. Sono semplicemente linguaggi differenti per rispondere a un’unica urgenza narrativa: il racconto dell’invisibile».

CATTEDRALI SOTTERRANEE
E ancora: «I complessi ipogei sono autentiche cattedrali naturali, costruite dall’acqua con uno stile ora romanico, ora barocco, che ci obbligano alla vertigine, al silenzio e al rispetto. Non dobbiamo mai dimenticare anche il loro valore ecologico: i bacini carsici sono le nostre fabbriche dell’acqua, custodiscono riserve fondamentali per la vita. Restituire alla natura la sua carica simbolica, spirituale e mitologica significa tornare a sentire il battito primordiale della Terra». A Lipari, tra la pietra vulcanica dell’isola e le immagini delle profondità italiane, “SCURU. L’abisso e la pietra” diventa così un invito a un viaggio doppio: verso il centro della Terra e, allo stesso tempo, verso il centro dell’uomo. Un viaggio nel buio per ritrovare la luce.




