Nel mondo del calcio poche cose appaiono finanziariamente paradossali quanto la capacità di spesa del pallone turco. I cui grandi club continuano a muoversi sul mercato globale piazzando colpi milionari, ingaggiando star internazionali e garantendo stipendi faraonici. L’ultimo in ordine di tempo è Romelu Lukaku, in procinto di passare dal Napoli al Fenerbahce. Prima ancora era toccato a Momo Salah, approdato al Trabzonspor dove guadagnerà 17 milioni a stagione più benefit. Trattative ancora aperte anche per Rafa Leao al Galatasaray (il Milan ha rifiutato 30 milioni) e Dusan Vlahovic corteggiato dal Besiktas (offre ingaggio da 10 milioni l’anno). Un dinamismo che fa impallidire i club di serie A e però stride con i numeri reali del movimento: la Süper Lig turca si posiziona infatti solo al decimo posto per guadagni tra i campionati del continente, incassa cifre irrisorie dalle cessioni e versa in uno stato di indebitamento cronico. Un disequilibrio strutturale certificato dal rapporto tra introiti e monte ingaggi che tocca la cifra monstre dell’88%. Quindi il grano dove lo prendono? Occorre fare un passo indietro al 2019, quando i quattro colossi del Paese, Galatasaray, Fenerbahce, Besiktas e Trabzonspor, si trovavano sull’orlo del baratro. A picchiare duro sulle casse societarie era stata la gravissima crisi economica del 2018. Eppure, anziché tirare il freno a mano, i club hanno continuato a spendere.
MODELLO
Questo comportamento affonda le radici nel modello istituzionale delle società turche. Strutturate come polisportive gestite da soci, non hanno un padrone unico ma un presidente eletto dall’assemblea. In un ambiente in cui la pressione dei tifosi è spasmodica, la rielezione passa inevitabilmente attraverso promesse di successi e acquisti ad effetto. Si è così generato un circolo vizioso perverso: i dirigenti spendono cifre sproporzionate per garantirsi il consenso immediato, scaricando l’enorme massa debitoria sulle gestioni successive. A salvare il sistema da un imminente crack fu, sei anni fa, un massiccio intervento politico. Dietro l’impulso del presidente Recep Tayyip Erdogan e l’intermediazione della banca statale Ziraat, gli istituti di credito nazionali concessero ai club generosi piani di rientro pluriennali. Un’operazione di salvataggio, molto discutibile, a spese della collettività. Superato il parziale congelamento dovuto alla pandemia, dal 2022 la bolla delle spese è tornata a gonfiarsi. E, di nuovo, conti alla mano, qualcosa non torna. I diritti tv del calcio turco garantiscono solo 260 milioni in tre anni (accordo BeIN Sports del 2024), gli stadi sono di proprietà pubblica e la lega assicura un solo pass diretto alla Champions.
La risposta risiede in parte in contratti di sponsorizzazione faraonici e operazioni immobiliari spericolate. Il Galatasaray ad esempio si sostiene grazie ad accordi pesantissimi: 100 milioni fino al 2028 da Sixt, i "naming rights" dello stadio ceduti al gigante delle costruzioni Rams Global, che negli scorsi anni ha persino finanziato l’ingaggio di Mauro Icardi, e la partnership da 15 milioni con la SOCAR, colosso energetico statale dell’Azerbaijan, partner geopolitico chiave di Ankara. Senza contare la valorizzazione dell’ex centro sportivo di Florya, che secondo la "Bild" potrebbe fruttare tra i 500 e i 600 milioni.
Altri, come il Fenerbahce, rispondono invece alla disponibilità personale di un presidente come Ali Koç, erede di una delle dinastie più ricche del Paese, e a nuove maxi-sponsorizzazioni come quella imminente con il marchio Chobani, che vale 100 milioni in cinque anni. Un’architettura finanziaria comunque complessa e rischiosa, tenuta in piedi dal sottile filo della passione popolare, delle follie dei singoli patron e dell’opportunismo politico del Sultano Erdogan.




