La macina della risacca (Sellerio, pag. 411, euro 17,00) non potrebbe entrare in classifica neanche se il suo autore – Andrea Molesini, anni 71 ma nei libri ne dimostra 25 per la fierezza delle parole e la nudità dell'anima- pagasse pegno. Perché? Perché è troppo bello.
I libri oggi – diciamocelo chiaramente – si assomigliano tutti. Un po’ di citazioni, un briciolo di sesso, dischi e libri inseriti per dare quanto basta di colore alla storia, e poi qualche ammazzatina qua e là. Ogni tanto un’incursione filosofica ma senza esagerare perché costa troppo in termini di accensione cerebrale. Et voilà il prezzo è giusto e la classifica ringrazia. Siamo diventati lettori ciechi, e a volte ciò che cerchiamo è soltanto un diversivo, qualcosa che ci accompagni verso la valle di Morfeo per colpa di una vita a centocinquanta all’ora.
Poi ti imbatti in uno come Molesini che è nato a Venezia, scrive poesie e saggi critici, nei romanzi ci sta come una donna in una sartoria di moda su misura, e che scrive come pochi oggi.
Le parole di Molesini sono scintille di Venezia, ossi d’acqua che si vedono una volta soltanto e poi ne puoi parlare a cena con qualcuno che ti capisca nei momenti più delicati della vita, quelli dove ti puoi lasciare andare sapendo che non ti derideranno.
E lui, questo autore premiato anche dalla Normale di Pisa che vinse comunque un SuperCampiello con una storia tenera e tragica (Non tutti i bastardi sono di Vienna, 2011, sempre Sellerio), si racconta in questo romanzo dove la voce vera, narrante e anche intima è quella di suo papà, che noi chiameremo Rolli. Un ingegnere della Regia Marina Italiana che aveva giurato nelle mani del Re e non del Duce che non viene mai chiamato per nome ma soltanto Caporale. Quell’ingegnere – dopo l’8 settembre 1943 – scappa da Genova, dai cantieri navali dove lavorava per tornare a Venezia, la sua città, a trovare un rifugio.
Quando si fugge dalla morte si cerca sempre la casa e la mamma. Solo che Rolli, la sua storia, la racconta al figlio poeta – chiamiamolo Andrea – all’ospedale dove è finito anni dopo, da ricoverato, fino a quando la morte non arriverà. I due si ritrovano in una camera di ospedale e si parlano come mai avevano fatto prima. Allora Molesini ci ricorda Camilleri che – quando il padre si ammalò – non andò più in Accademia e si ricoverò su di una poltrona vicino al suo letto.
E lì – oh, incredibile, entrambi gli autori si chiamano Andrea ma forse non è un caso – Andrea Molesini trova il coraggio di rivelare a suo padre – dopo anni di silenzi e di paure – che gli piace scrivere. E suo padre – che intanto gli racconta la storia della sua vita ma soprattutto la storia di quella fuga in un’Italia dilaniata dalle lotte intestine – si scopre il primo grande ascoltatore degli scritti del figlio.
Che prende corpo e coraggio e comincia a trovare un senso alla sua vita, nella scrittura, nell’atto di compiere qualcosa che non sia soltanto il finto sforzo acritico e arrendevole del lasciarsi andare a vivere come un granchio svuotato dai topi. I libri – si sa – ti chiamano loro e li leggi quando è arrivato il loro momento. Ma questo non è un libro come gli altri, questo parla tra le sue pagine e quando lo richiudi ti viene in mente che forse bisognerebbe fare come Molesini: non leggere le ultime dieci pagine perché – se lo fai – tronchi troppo presto una storia che ti ha accompagnato e, se hai il finale in mano, te ne penti pure. Ma credetemi, non è questo il libro che vi(ci) farà pentire. Qui sentirete solo il Mare.




