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La risacca della storia

Il dialogo tra un padre e un figlio al cospetto della morte e di tutta un’esistenza trascorsa tra guerra, mare e troppi silenzi
di Alberto Pizzinimartedì 30 giugno 2026
La risacca della storia

3' di lettura

La macina della risacca (Sellerio, pag. 411, euro 17,00) non potrebbe entrare in classifica neanche se il suo autore – Andrea Molesini, anni 71 ma nei libri ne dimostra 25 per la fierezza delle parole e la nudità dell'anima- pagasse pegno. Perché? Perché è troppo bello.

I libri oggi – diciamocelo chiaramente – si assomigliano tutti. Un po’ di citazioni, un briciolo di sesso, dischi e libri inseriti per dare quanto basta di colore alla storia, e poi qualche ammazzatina qua e là. Ogni tanto un’incursione filosofica ma senza esagerare perché costa troppo in termini di accensione cerebrale. Et voilà il prezzo è giusto e la classifica ringrazia. Siamo diventati lettori ciechi, e a volte ciò che cerchiamo è soltanto un diversivo, qualcosa che ci accompagni verso la valle di Morfeo per colpa di una vita a centocinquanta all’ora.

Poi ti imbatti in uno come Molesini che è nato a Venezia, scrive poesie e saggi critici, nei romanzi ci sta come una donna in una sartoria di moda su misura, e che scrive come pochi oggi.
Le parole di Molesini sono scintille di Venezia, ossi d’acqua che si vedono una volta soltanto e poi ne puoi parlare a cena con qualcuno che ti capisca nei momenti più delicati della vita, quelli dove ti puoi lasciare andare sapendo che non ti derideranno.

E lui, questo autore premiato anche dalla Normale di Pisa che vinse comunque un SuperCampiello con una storia tenera e tragica (Non tutti i bastardi sono di Vienna, 2011, sempre Sellerio), si racconta in questo romanzo dove la voce vera, narrante e anche intima è quella di suo papà, che noi chiameremo Rolli. Un ingegnere della Regia Marina Italiana che aveva giurato nelle mani del Re e non del Duce che non viene mai chiamato per nome ma soltanto Caporale. Quell’ingegnere – dopo l’8 settembre 1943 – scappa da Genova, dai cantieri navali dove lavorava per tornare a Venezia, la sua città, a trovare un rifugio.

Quando si fugge dalla morte si cerca sempre la casa e la mamma. Solo che Rolli, la sua storia, la racconta al figlio poeta – chiamiamolo Andrea – all’ospedale dove è finito anni dopo, da ricoverato, fino a quando la morte non arriverà. I due si ritrovano in una camera di ospedale e si parlano come mai avevano fatto prima. Allora Molesini ci ricorda Camilleri che – quando il padre si ammalò – non andò più in Accademia e si ricoverò su di una poltrona vicino al suo letto.

E lì – oh, incredibile, entrambi gli autori si chiamano Andrea ma forse non è un caso – Andrea Molesini trova il coraggio di rivelare a suo padre – dopo anni di silenzi e di paure – che gli piace scrivere. E suo padre – che intanto gli racconta la storia della sua vita ma soprattutto la storia di quella fuga in un’Italia dilaniata dalle lotte intestine – si scopre il primo grande ascoltatore degli scritti del figlio.

Che prende corpo e coraggio e comincia a trovare un senso alla sua vita, nella scrittura, nell’atto di compiere qualcosa che non sia soltanto il finto sforzo acritico e arrendevole del lasciarsi andare a vivere come un granchio svuotato dai topi. I libri – si sa – ti chiamano loro e li leggi quando è arrivato il loro momento. Ma questo non è un libro come gli altri, questo parla tra le sue pagine e quando lo richiudi ti viene in mente che forse bisognerebbe fare come Molesini: non leggere le ultime dieci pagine perché – se lo fai – tronchi troppo presto una storia che ti ha accompagnato e, se hai il finale in mano, te ne penti pure. Ma credetemi, non è questo il libro che vi(ci) farà pentire. Qui sentirete solo il Mare.