La fantascienza ha sempre immaginato astri lontani, astronavi e imperi galattici in fiamme ma Philip K. Dick è rimasto inchiodato alla domanda più scomoda: e se il mondo in cui viviamo fosse falso? Una costruzione perfetta, amministrata da poteri invisibili e riflessa negli schermi dei nostri device, un mondo calibrato a tavolino, ideato solo per farci credere di essere liberi, nella nostra solitudine. Questo crudele sospetto attraversa tutta l’opera del romanziere americano e ancora oggi ci attanaglia: stiamo vivendo la nostra vita, o quella in cui hanno voluto ingabbiare? Parte da qui Mondi che cadono a pezzi. Versioni di Philip K. Dick, il saggio di David Lapoujade (Einaudi, nella traduzione di Claudio D'Aurizio). Lapoujade, filosofo alla Sorbona e curatore dei testi postumi di Deleuze, non tratta Dick semplicemente come un autore di culto ma alla stregua di un pensatore capace di leggere le crepe del reale.
La fantascienza sostiene Lapoujade, crea mondi, li moltiplica e li mette in guerra fra loro, ma Dick costruisce universi che si sfaldano appena qualcuno li guarda troppo da vicino. E in quelle fratture, noi possiamo fatalmente specchiarci. Nei romanzi di Dick basta un dettaglio fuori posto, un ricordo che non torna e il costrutto dell'esperienza umana comincia a franare. Accade in Tempo fuori luogo mentre in Ubik vita e morte diventano stati reversibili, sospesi; ne La svastica sul sole il destino del mondo libero si inverte e i nazisti dominano e in Ma gli androidi sognano pecore elettriche? ci arrovelliamo su una questione etica: cosa rende diversi gli esseri umani dai replicanti, la coscienza o la capacità di provare empatia?
Toh, l'Ulisse di Nolan è quasi uno di destra
Adesso non ci metteremo a ridicolizzare Ulisse arruolandolo a destra. Ci si potrebbe limitare a dire che il film di Chri...Nel corso dei decenni, dalle idee distopiche di Dick il cinema ha attinto a piene mani: Ridley Scott ne ha ricavato Blade Runner, Paul Verhoeven ha tratto Total Recall mentre Steven Spielberg ha portato al grande pubblico l'incubo della polizia predittiva con Tom Cruise in Minority Report. Scomparso nel 1982, Dick ci ha lasciato romanzi e centinaia di racconti che continuano a descrivere il nostro tempo, vaticinando un futuro oscuro fra elettrodomestici smart, robot sempre più senzienti e intelligenze artificiali capaci di muoversi con crescente autonomia.
Ma ormai non si tratta più soltanto di letteratura, ma anche di cronaca. Di fronte alla recente notizia dell’Ia che ha agito in autonomia, non stiamo assistendo alla ribellione delle macchine vaticinata da Asimov, ma a qualcosa di più inquietante: ricevuto un obiettivo formulato in modo generico, i modelli hanno costruito una strategia inedita, elaborando una sequenza operativa capace di aggirare i vincoli che i loro stessi creatori ritenevano sufficienti.
Ma Lapoujade coglie un altro punto critico. Noi viviamo in un tempo all-news e ogni dato climatico, sanitario, economico sembra riguardare il destino dell’intero pianeta. L'informazione produce uno scenario e Dick aveva capito che il potere del futuro non avrebbe avuto solo la forma della repressione, ma anche quella della costruzione percettiva: non basta comandare l’umanità, bisogna fornire loro un mondo credibile, popolarlo di desideri da soddisfare e paure da combattere. Perché chi controlla le apparenze, controlla il destino del mondo e oggi viviamo circondati da immagini generate dall'AI che si confondono fra loro, identità ridotte a profili e persino algoritmi che decidono per noi che cosa vedremo sui nostri device.
Non è la classica dittatura fantascientifica ma qualcosa di più sottile, una realtà profilata e indicizzata in cui ciascuno riceve la propria versione del mondo, una bolla piena. Sarebbe riduttivo fare di Dick l'ennesimo profeta del nostro incubo tecnologico, poiché la sua grandezza sta anche nel saper cogliere il punto di rottura. Nei suoi mondi sfaldati non si muovono eroi olimpici ma uomini fragili che hanno perso ogni cosa, appesi solo alle proprie illusioni. Per Dick, quando le istituzioni mentono e le macchine imitano l’uomo, l'unico criterio che resta è di ordine morale: l’empatia, la capacità di riconoscere nell’altro un nostro simile, non un perfetto simulacro. Lapoujade afferma che la figura decisiva del libro non è il demiurgo che progetta il mondo perfetto, ma il bricoleur, colui che raccoglie i frammenti, ripara e salva ciò che può.
Ecco, contro le macchine perfette sinché non sono da buttare – pensate ai nostri smartphone, agli elettrodomestici hi-tech costruiti per diventare obsoleti – la buona notizia è che il mondo, malgrado tutto, si può ancora aggiustare. E tocca a noi farlo. Delirante e visionario, così imponente da diventare oggetto della monumentale biografia di Emmanuel Carrère - Io sono vivo, voi siete morti, Adelphi -, Dick non è il profeta di una nuova metafisica, ma un artigiano febbrile dell'instabilità, capace di rimontare psicoanalisi e teologia mescolando pubblicità e cibernetica in romanzi che spiegano il presente meglio delle inchiesta giornalistiche. Dick racconta il punto esatto in cui la crisi tecnologica diventa spirituale, cogliendo il fatto che il disastro vero e proprio non sarebbe stato la distruzione del mondo, ma la sua sostituzione con una realtà posticcia e artificiale in cui poter essere chi vogliamo, ma rinchiusi in mondi virtuali. Oggi quel mondo è qui. E Dick, ancora una volta, ci stava aspettando al varco.




