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Giovanna Botteri, la rosicona fa la lotta di classe contro i soldi di Sinner

Che pena. Il successo altrui come offesa personale, invece che ispirazione, in Italia è particolarmente tossico perché scoraggia ambizione e mobilità
di Francesco Storacevenerdì 24 luglio 2026
Giovanna Botteri, la rosicona fa la lotta di classe contro i soldi di Sinner

3' di lettura

Appena andate a fare la spesa al supermercato provate a chiedere alla cassiera se conosce il reddito di Giovanna Botteri. Secondo voi “je rode” o no?  Almeno quanto la giornalista che se ne è uscita davvero male nei confronti di Jannik Sinner. Perché è proprio rosicona: Botteri, in un suo confronto con Luca Sommi ha stupito tutte le persone dotate di buonsenso. «Quanto mi rode che Sinner viva a Monte Carlo» e le domande su cosa ci faccia con 70 milioni l’anno sono un classico esempio di moralismo invidioso travestito da perplessità. Poi Sommi ci ha messo del suo rincarando la dose con lo stesso tono.

In pratica, da entrambi fastidio puro per il fatto che qualcuno, con talento e lavoro, guadagni tanto e scelga dove vivere. Eppure Sinner ha costruito tutto dal nulla, senza avere un papà dirigente Rai: da ragazzo di montagna in Alto Adige a numero 1 del mondo con sacrifici enormi e un talento raro. I suoi guadagni sono frutto di prestazioni eccezionali in uno sport globale, durissimo e con carriera breve. Molti top player (non solo italiani) scelgono Monte Carlo o altri paradisi fiscali perché le tasse italiane sul reddito da lavoro sono altissime (fino al 43%). Gli atleti guadagnano soprattutto all’estero: i premi dei tornei vengono tassati nel paese dove si gioca, ma la residenza fiscale conta per il resto. A Monte Carlo non c’è imposta sul reddito personale ma Sinner paga comunque tasse in Italia sui redditi prodotti qui e contributi dove vince. Non è “evasione” illegale: è ottimizzazione legale, come fanno migliaia di imprenditori, artisti e sportivi in tutto il mondo.

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Criticarla solo quando lo fa un italiano di successo sa di invidia nazionale. E per questo la Botteri si è beccata la saggia reprimenda elegante di un altro campione di tennis, come è stato Paolo Bertolucci: «Capita quando sei il migliore al mondo nella tua professione di guadagnare molto. Se poi la legge ti permette senza infrangerla di vivere a Montecarlo dov’è il problema?». Esatto. Non c’è scandalo, c’è meritocrazia. Oppure invidia. Tutto qui: invece di dire «Bravo, sei il numero 1 al mondo, goditelo», esce fuori il riflesso pavloviano: «Ma come si permette?». È lo stesso meccanismo che abbiamo visto mille volte: successo uguale sospetto. Talento più soldi uguale a «qualcosa che non quadra». E il tutto condito con quel tono da «io sono sopra le parti, ma in realtà mi brucia». La Botteri ha fatto carriera in Rai per decenni con uno stipendio sicuro e dignitoso, eppure trova inconcepibile che chi rischia tutto sul campo, viaggia 11 mesi l’anno e vive sotto pressione costante possa capitalizzare i risultati.

La differenza tra lei e Bertolucci è abissale: uno ha vinto sul campo e sa cosa significa, l’altra commenta dalla tribuna. Alla fine Sinner continuerà a vincere, a incassare e a pagare le tasse dove deve. E i rosiconi resteranno con il loro “rodimento”. Provino, costoro, a chiedersi perché gli italiani impazziscano di gioia ogni volta che vedono Jannik esibire il trofeo conquistato. No, preferiscono macerarsi nella loro rabbia. Che pena. Il successo altrui come offesa personale, invece che ispirazione, è in Italia particolarmente tossico perché scoraggia ambizione e mobilità. Sinner non ha rubato niente a nessuno; ha vinto sul campo, portando prestigio al Paese.

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