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A scuola serve più autorevolezza

Cosa significa davvero educare? In classe si misura lo stato di salute morale di una società
di Steno Saridomenica 13 settembre 2026
A scuola serve più autorevolezza

2' di lettura

Ogni settembre la scuola riapre le sue porte e, insieme alle lezioni, ripropone una domanda che riguarda l’intera società: che cosa significa davvero educare? Si può dire che la scuola è uno dei luoghi in cui si misura lo stato di salute morale di una società.

Non solo perché trasmette competenze, ma perché forma i caratteri. Eppure negli ultimi anni il tema dell’autorità educativa è diventato quasi imbarazzante. Parlare di disciplina sembra evocare nostalgie autoritarie. Rivendicare autorevolezza rischia di essere scambiato per rigidità. Così l’insegnante oscilla tra due estremi: burocrate della didattica o animatore relazionale, perdendo così qualcosa di essenziale.

L’autorità non coincide con l’autoritarismo. La prima si fonda sul riconoscimento, il secondo sull’imposizione. L’autorevolezza nasce dalla competenza e dalla coerenza personale, non dal timore. Ma perché sia possibile, occorre che la società la consideri legittima. Negli ultimi decenni si è affermata un’idea di educazione come pura facilitazione: l’adulto non guida, ma accompagna; non propone contenuti forti, ma si limita a valorizzare le inclinazioni individuali. L’intenzione è rispettare l’autonomia dello studente. Il rischio è abbandonarlo a se stesso.

Educare significa introdurre alla realtà, non schermarla. Significa anche trasmettere un patrimonio culturale che precede l’individuo. Se la scuola rinuncia a questo compito, si riduce a spazio neutro di competenze tecniche, perdendo la dimensione formativa. La crisi dell’autorità scolastica riflette una crisi più ampia dell’adulto. Eppure senza adulti che si assumano la responsabilità di indicare una direzione, la libertà dei giovani resta senza orientamento. Recuperare l’autorevolezza non significa tornare a modelli rigidi del passato. Significa riconoscere che l’asimmetria educativa è fisiologica: chi insegna sa qualcosa che l’altro ancora non sa.

Negare questa evidenza in nome di un’eguaglianza malintesa produce confusione, non emancipazione. La scuola non ha bisogno di paura, ma di fiducia reciproca. Fiducia nell’insegnante come guida competente; fiducia nello studente come soggetto capace di crescita. Tra permissivismo e autoritarismo esiste una via anche se non facile: quella della responsabilità condivisa.

Se vogliamo una società adulta, dobbiamo avere il coraggio di educare. Anche quando significa dire dei no. Perché senza autorità riconosciuta non c’è trasmissione, e senza trasmissione non c’è futuro. Serve anche un’alleanza più solida tra scuola e famiglia, oggi spesso frammentata da diffidenze reciproche.

L’insegnante non può essere lasciato solo davanti alla classe, né delegittimato alla prima difficoltà. Allo stesso tempo, la scuola deve saper dialogare con i genitori senza rinunciare alla propria autonomia educativa. Restituire prestigio sociale alla funzione docente è una scelta culturale prima che contrattuale. Perché educare non è un servizio accessorio, ma un compito civile. Dove l’autorità è riconosciuta come servizio e non come dominio, la libertà autentica cresce.