In accordo con l’editore, pubblichiamo uno stralcio del libro di Luigi Giussani «Il centro della vita. Il fatto di Cristo e della sua permanenza (1971-1972)». Si tratta di dieci lezioni tenute dal sacerdote brianzolo nell’ambito di una «scuola quadri» nella quale Giussani aveva coinvolto alcuni responsabili di Comunione e Liberazione negli anni 1971 e 1972. Dopo le contestazioni giovanili del Sessantotto, nel movimento si era fatta più pressante la domanda su come rispondere a questa esigenza di autenticità e come portare l’esperienza di fede nelle scuole, nelle università, negli ambienti di lavoro, nelle parrocchie e nei quartieri. Da qui l’idea del Gius di promuovere la «scuola quadri» e la realizzazione delle lezioni raccolte in questo volume che chiude la trilogia sugli inediti di Giussani tratti dai primi anni ’70.
In un raduno che è stato fatto in questi giorni, è stato descritto in modo molto giusto, con una formula perfetta, il metodo da seguire per esempio in un lavoro di gruppo di studio odi seminario, ma questo vale come paragone anche per un gruppo di studio sui sindacati, oppure per il lavoro che uno fa dovunque: il metodo è «lavorare insieme come memoria comune». In questo momento – spero di riuscire a essere chiaro – vorrei analizzare l’equivoco a cui si può piegare questa frase giustissima.
Faccio soltanto dei paragoni. «Lavorare insieme»: e se uno è lì da solo? Se uno è solo in una fabbrica? Capite che «lavorare insieme», se uno è solo in una fabbrica, non può avvenire se la comunità non è una dimensione della propria coscienza, della coscienza di se stessi. Io sono lì in fabbrica e devo decidere una cosa, allora dico: «La comunione, la mia vita di comunione che cosa mi direbbe in questo caso? Che cosa mi dirà se faccio così?».
Anche se non potrò mai vederli e confrontarmi con loro, perché sono imprigionato, per esempio, da un governo di estrema sinistra salito al potere con la connivenza della superficialità cattolica, io son lì e mi dico: «Come giudicherebbe la comunione, la comunità?». La comunione, la comunità, non in astratto, ma proprio quella gente lì, così come sono, con cui mi son messo e ho camminato, mi direbbe: «Questo è giusto». (...).
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«Lavorare insieme come memoria comune», continuava la formula. È chiaro che con «memoria» si intende «Cristo». Qui vedete dove può “cascare l’asino”: la «memoria comune» è il fatto di Cristo e della Chiesa. Ma capisci che tu puoi lavorare insieme prendendo come criterio e categoria la memoria comune in modo intellettualistico, attraverso una percezione e un’analisi del fatto di Cristo o del fatto della Chiesa che sono secondo la più pura teologia del movimento, ma non sono secondo la verità del movimento. Capirete meglio questo quando dirò quale sia il suo contrario, quale sia la posizione giusta. È intellettualistico tutto ciò che nasce dalla categoria ultima dell’individualità o dell’io in primo piano, perché l’intellettualismo non è che il tentativo di rigenerare il mondo a propria immagine e somiglianza, e perciò di creare un gruppo di sindacalisti a propria immagine e somiglianza, di fare una certa azione nelle fabbriche a propria immagine e somiglianza, di fare un gruppo di studio o un la più pura teologia del movimento, ma non sono secondo la verità del movimento. Capirete meglio questo quando dirò quale sia il suo contrario, quale sia la posizione giusta. È intellettualistico tutto ciò che nasce dalla categoria ultima dell’individualità o dell’io in primo piano, perseminario all’università a propria immagine e somiglianza, di fare un’iniziativa in un quartiere di Milano a propria immagine e somiglianza.
Ma allora a somiglianza di chi deve essere? Tu cosa sei? «Non sono più io, ma è Cristo che vive in me». E io, che sono battezzato, non sono più diviso da te: siamo una cosa sola. «Voi tutti che siete battezzati in Cristo non siete più né uomo né donna, né Giudeo né Greco...» eccetera, ma siete «un sol uomo». Dov’è questo «sol uomo» nel tuo Liceo? Dov’è questo «sol uomo» nell’Università Cattolica? Dov’è questo «sol uomo» nella tua fabbrica? La comunione nella sua interezza. E vi do subito a bruciapelo il sintomo: la funzione autorevole. (...)
Leggo un’altra frase perché è perfetta come lettura esatta della forma che ho citato prima: «Le linee di un discorso comune non sono avulse o non sono un “ulteriore” rispetto alla vita che già (già!) stiamo vivendo». Vale a dire: la vita che già stiamo vivendo è il punto di partenza da cui tirar fuori le linee con cui ci proiettiamo nel futuro, tentiamo il futuro, facciamo l’avventura del futuro, rischiamo la costruzione nuova.
E il «già» che stiamo vivendo non può non connotare la totalità della nostra comunione, della comunità che c’è. Questa unità non è vera se non arriva – in tutta la storia del movimento lo abbiamo notato, questa è proprio la cartina al tornasole, la prova del nove – fino a quella terribile condizione: la fatica, la ferita, la fatica sincera e cordiale del rapporto con la funzione autorevole, del concepirmi una cosa sola con l’autorità. (...)
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Ragazzi, dobbiamo aiutarci ad andare sempre più al fondo di questo. Ci possono essere senz’altro funzioni autorevoli che concepiscono la cosa schematicamente e rigidamente; dobbiamo aiutarci a viverla noi in un modo non schematico. Ma io non sto parlando di questo, sto parlando del coinvolgimento reale per l’unità: il soggetto adeguato della nostra presenza nell’università o nel mondo del lavoro è la nostra unità, non tu. Se sei da solo, quando sei da solo, in te porti la responsabilità di tutti noi, siamo tutti noi che rispondiamo in te e siamo tutti noi che alimentiamo te.




