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Johnson, il suicidio politico di un repubblicano

Lascia il Gop per abbracciare la formazione libertaria che però non ha la minima intenzione di puntare su di lui

29 Dicembre 2011

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Johnson, il suicidio politico di un repubblicano

Gary Johnson non ha solo abbandonato il partito Repubblicano, di cui stava fino ad oggi cercando la nomination per le prossime elezioni presidenziali: ha anche già contemporaneamente deciso e comunicato che cercherà invece la nomination del Partito Libertario. Così ha la certezza che non sarà presidente degli Stati Uniti, ma forse neppure il candidato libertario:  se Ron Paul cambierà tessera pure lui non appena avrà capito che nel GOP non ha chance di arrivare primo, e opterà quindi per la formazione libertaria che lo ha ospitato infruttuosamente nel 1988, sicuramente il nome sulla scheda come guastafeste tra Obama e l’avversario Repubblicano sarà il suo, e non quello di Johnson. Per chi non lo conosce, e sono quasi tutti pure negli Stati Uniti, Johnson è stato governatore del Nuovo Messico dal 1995 al 2003, è un impreditore nel ramo delle costruzioni, ed è un assiduo praticante di triathlon. E’ stato anche il nono, e misterioso, candidato ufficiale del partito Repubblicano nel corso di quest’anno. Ma non lo si è quasi visto, tranne che in due casi, nella quindicina circa di dibattiti televisivi che si sono succeduti dall’estate alla settimana scorsa sui vari networks tra gli otto pretendenti più quotati (diventati poi sette dopo l’addio di Herman Cain).

I vertici del partito e gli organizzatori non lo invitavano, nei sondaggi nazionali aveva lo zero virgola, e i produttori delle trasmissioni lo vedevano come una brutta copia di Ron Paul, inutile per attirare audience ed anzi dannoso perché avrebbe tolto minuti agli altri del lotto. Così ha sbattuto, si fa per dire,  la porta del GOP (“Mi ha deluso il modo in cui è stato gestito il procedimento per la selezione, per niente aperto e trasparente”, ha detto annunciando l’addio) e farà il terzo incomodo. Dovesse essere lui il portabandiera del Libertarian Party, Johnson avrebbe soltanto una occasione di fare del male al partito da cui si è cancellato polemicamente. Condurre  un’intensa campagna nel solo posto dove è davvero conosciuto, il Nuovo Messico, e trasformare uno stato solitamente swing, ballerino tra i due partiti, in una sicura vittoria di Obama. Ma solo se la gara dovesse concludersi con un foto-finish nel resto dell’America il pugno di Grandi Elettori del Nuovo Messico conterebbero qualcosa. Altrove, l’influenza del libertario Johnson nel sottrarre voti al GOP appare trascurabile. Ben altro peso avrebbe la presenza nella competizione di Paul, che ha un seguito nazionale con un potenziale di alta pericolosità per i Repubblicani.

Politicamente Johnson è in buona sostanzia un clone di Paul, che ha non a caso appoggiato nella corsa alla presidenza nel 2008: fiscalmente l’ex governatore del Nuovo Messico è un conservatore che ama le tasse basse e che si batte per smettere di finanziare la spesa pubblica con il deficit. Vuole poi azzerare la spesa per finanziare le guerre all’estero, tagliare le eccessive regolamentazioni, legalizzare i matrimoni tra gli omosessuali, legalizzare la marijuana, abolire le leggi per il rigido controllo delle armi in mano ai privati.

di Glauco Maggi
[email protected]

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