(Adnkronos) - Barozzino, Lamorte e Pignatelli avevano ottenuto il reintegro dal giudice del lavoro di Melfi un mese dopo il licenziamento. La Fiat aveva fatto ricorso e non aveva fatto entrare i tre nella fabbrica, pur garantendo la retribuzione. I loro badge ai tornelli della fabbrica erano attivi solo per superare i tornelli ma non per accedere alle linee di produzione, potevano accedere solo ad una saletta per attivita' sindacale. In quei giorni i tre operai avevano anche lanciato un appello al Capo dello Stato, Giorgio Napolitano, per essere riammessi al lavoro. Per la decisione della Fiat di non reintegrarli sul posto di lavoro ma solo nella retribuzione, si apre un altro capitolo davanti al tribunale di Melfi. Dopo alterni giudizi, viene accolto il ricorso della Fiat. La decisione viene ribaltata a febbraio dell'anno scorso dalla Corte d'appello di Potenza che stabilisce invece il reintegro. Anche stavolta la Fiat non riammette i lavoratori in fabbrica. Si giunge cosi' alla sentenza della Suprema Corte del 31 luglio scorso con sentenza 18368 sulla condotta antisindacale. Nel frattempo, nella vicenda giudiziaria, si e' aperto a giugno un capitolo di tipo penale. I tre operai sono stati citati in giudizio dalla Procura di Melfi per violenza privata e turbata liberta' dell'industria, sempre per la vicenda del carrello robotizzato.




