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Allarme rosso

Italia verso il crac, lo studio che svela la prova regina sulla violentissima recessione

4 Dicembre 2018

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Giovanni Tria

Domanda da un milione di euro: perché il governo del cambiamento che aveva fatto del muso duro con Bruxelles un tratto distintivo della sua azione politica ha cambiato atteggiamento?

Certo, stiamo parlando di un processo in fieri. Nessuno conosce le (eventuali) modifiche che verranno apportate alla Finanziaria, ma il dato di fondo è che le invettive (reciproche) che quasi quotidianamente partivano da Di Maio e Salvini in direzione Bruxelles si sono talmente tanto ammorbidite da trasformarsi in dichiarazioni che aprono a una trattativa per modificare la manovra.

Come mai? Escludendo che Juncker e i nostri governanti possano aver scoperto una reciproca simpatia, la risposta va cercata nei numeri che nel terzo trimestre, dopo 14 trimestri positivi, ci hanno detto che il Pil del Paese ha smesso di crescere. E si è contratto dello 0,1%.

LA TENDENZA
Con una tendenza, il primo trimestre era cresciuto dello 0,3% e il secondo dell' 0,2, che ricorda molto da vicino l' andamento del 2011, quando, dopo le rivelazioni del 5 agosto con la famosa lettera della Bce, il prodotto interno lordo conobbe un improvviso calo dello 0,2%. Anche 7 anni fa era il terzo trimestre e 7 anni fa il quarto trimestre chiuse con un drammatico -0,7%.

«Ecco, è normale che il governo, anche guardando al passato, sia preoccupato per il futuro - spiega a Libero Arturo Artom, l' imprenditore vicino a Casaleggio e presidente di Confapri che ha incontri molto frequenti con il tessuto delle piccole e medie imprese, soprattutto del Nord del Paese - e che per questo abbia ripreso la trattativa con l' Ue».

Secondo i dati raccolti e le simulazioni in relazione al Pil, Confapri ha previsto che nel quarto trimestre del 2018 il Pil subirà un' ulteriore contrazione dell' 0,4%. «I dati di queste settimane - continua Artom - sono davvero preoccupanti. Per dirle, rispetto a novembre 2017 ci risulta un meno 5% per il settore del largo consumo, così come vediamo una contrazione del 20% per la produzione di viti che sono all' inizio della filiera industriale, mentre rallenterà in una forchetta che va tra il 5 ed il 10% la richiesta di prestiti e mutui. È vero che manca un mese alla chiusura del periodo, ma con questi numeri è difficile pensare a un risultato migliore del - 0,4% nell' ultimo trimestre dell' anno».

E dire che Artom è sempre stato considerato un supporter della linea dura con l' Ue. «Io resto convinto - continua - della necessità di portare fino in fondo la battaglia contro le politiche dell' Unione Europea, ma a questo punto se compromesso deve essere, allora facciamolo subito». Perché? «Stiamo andando in recessione perché la paura della procedura di infrazione ha contagiato il sistema. C' è un clima d' incertezza che fa male alle imprese. Se entriamo così nel 2019 non riusciamo più a recuperare il percorso virtuoso. A questo punto ci conviene chiudere subito l' accordo con la Commissione evitando i tira e molla per un decimale».

FACCIAMO PRESTO
Il senso è: se aspettiamo l' Ecofin del 22 gennaio rischiamo di giocarci anche il 2019. Se invece dovessimo trovare subito un' intesa saremmo ancora in tempo per ripartire. È probabilmente il ragionamento che sta facendo anche il governo. Ma che l' esecutivo per mille motivi non potrà mai ammettere. Anche perché vorrebbe dire dare un vantaggio a un avversario, la Commissione Ue, che in questa trattativa parte già da una posizione di favore.

Del resto, l' analisi sulla mancanza di fiducia di Artom è la stessa dalla quale parte Goldman Sachs, la banca d' affari che ha drasticamente tagliato le stime di crescita del Pil sul 2019: «L' Italia - spiegano gli analisti Usa - flirterà con la recessione a inizio anno». Nel rapporto si stima un modesto + 0,4% nel 2019.

Goldman, inoltre, ritiene che serviranno «altre pressioni» e un ampliamento ancora più marcato dello spread per convincere il governo a svoltare sulla manovra. Vedremo chi ha ragione.

di Tobia De Stefano

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