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Bechis boccia il Mes: "L'Unione Europea salva tutte le banche tranne le nostre in crisi"

2 Dicembre 2019

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Bechis boccia il trattato del Mes: "L'Unione Europea salva  tutte le banche tranne le nostre in crisi"

Da dieci anni l'Italia paga le crisi finanziarie degli altri Stati dell'area dell'euro e perfino delle altre banche di quei paesi. Roma ha dovuto svenarsi per la Grecia, ma anche per la Spagna, l'Irlanda, Cipro e il Portogallo. Secondo i dati dell'ultimo bollettino economico della Banca d'Italia il sostegno finanziario offerto dal governo italiano agli altri paesi dell'area dell'euro è pesato sul debito pubblico italiano per 58,2 miliardi di euro mentre le passività connesse ai prestiti concessi dall'Esfs, l'organismo comunitario poi trasformato in Mes, complessivamente sono 33,9 miliardi di euro. Con tutti quei soldi abbiamo concesso prestiti alla Grecia, aiutato le banche spagnole, irlandesi e perfino quelle di Cipro e dato una mano al Portogallo sopportando oneri finanziari decisamente superiori alla remunerazione dei prestiti concessi che certo essendo tali devono (ma non sempre succede) esserci restituiti. Su un piatto della bilancia dunque c'è la donazione forzosa del sangue degli italiani.
Sull'altro a compensazione non solo non c' è proprio nulla di reale, ma addirittura qualcosa in meno di nulla: nel momento del bisogno invece del ringraziamento sono arrivati colpi bassi dagli altri paesi che guidano l'euro.
Se non si ha presente questo quadro, diventa difficile capire il braccio di ferro politico e le mille polemiche giornaliere di questi giorni sulla firma che il presidente del Consiglio italiano, Giuseppe Conte, ha già promesso in segreto di apporre sulla riforma del Mes. Il meccanismo europeo di stabilità è la continuazione in altra forma del Fondo salva stati che in sigla prima era Esfs, e al suo capitale l'Italia partecipa attraverso 14,3 miliardi di euro già versati. Ma non ci sono solo questi fondi, perché il Mes ha una potenza di fuoco già stabilita per l'intervento nelle crisi finanziarie di poco inferiore ai 705 miliardi di euro, e di questa somma 125 miliardi e 395,9 milioni di euro debbono essere messi a disposizione dall'Italia attraverso emissioni speciali di titoli di Stato e quindi aumentando il suo debito pubblico, esattamente come è avvenuto in questi anni. Le cifre sono enormi, il problema è che nel meccanismo del Mes è previsto pure a chi possono essere erogati subito gli eventuali aiuti, a chi erogarli ad alcune condizioni e a chi proprio non possono essere erogati. Dalle bozze del testo già approvate da Conte e dall'allora ministro dell'Economia, Giovanni Tria - nonostante il mandato diametralmente opposto avuto sia dall'allora maggioranza gialloverde che dal Pd che era all'opposizione - emerge con chiarezza che se l'Italia dovesse avere bisogno di quell'aiuto rientrerebbe nella terza categoria dei paesi (le direbbero no e basta), e nella migliore della ipotesi nella seconda categoria che imporrebbe per avere quei prestiti in automatico la ristrutturazione del debito pubblico secondo linee fornite da una nuova troyka composta da vertici del Mes, commissione europea e Fmi. Di fatto se non cambiano i testi l'Italia sarebbe costretta a donare ancora una volta forzosamente il proprio sangue agli altri, senza vedersi mai restituire il favore in caso di sua crisi finanziaria (ad esempio perché sotto attacco dei mercati).
Sono chiari quindi i 200 miliardi di euro circa che in parte sono già costati e in parte ci costeranno gli aiuti finanziari a Stati e banche di altri paesi dell'euro, ma quando è stata l'Italia ad avere bisogno di una mano, che è accaduto? I fatti sono lampanti. Nel pieno della crisi finanziaria dell'estate 2011 dall'Europa non è arrivato un centesimo in soccorso, ma ci hanno regalato Mario Monti, Elsa Fornero e un nuovo enorme prelievo forzoso di sangue dalle braccia dei cittadini contribuenti. Ci hanno perfino punito per essere stati generosi con gli altri. Ancora peggio è andata quando ad avere bisogno di aiuti - nemmeno clamorosi - è stato il sistema bancario italiano. In crisi sono andate una grande banca come Mps, due banche medio grandi come quelle venete e una serie di banche di minori dimensioni fra cui la Tercas (ex cassa di risparmio di Teramo) e le quattro piccole banche coinvolte nel decreto di risoluzione del 2015: Banca delle Marche, Cassa di Chieti, Cassa di Ferrara e Banca popolare dell'Etruria.
In tutti questi casi non solo non è arrivato un centesimo di aiuto dai fondi finanziari della Ue, ma sono piovuti addosso guai illegittimi e costosi tutti targati dalla Commissione. Nel caso di Tercas e della Cassa di Ferrara si era trovato con l'ok della Banca di Italia un aiuto tutto interno, quello del Fondo interbancario di garanzia costituito a guisa di assicurazione di solidarietà interna dalle banche italiane che sono tutte private.
Clamorosamente, nell'uno e nell' altro caso, l'intervento del fondo interbancario fu bocciato dalla commissione europea, bollandolo ingiustificatamente come intervento pubblico. Nel caso di Tercas c' è stato un ricorso al tribunale di primo grado europeo che in primo grado ha già emesso una sentenza a favore dell'Italia bocciando l' intervento a gamba tesa della commissione europea. Nel caso di Cariferrara purtroppo l'aumento di capitale in corso fu revocato e la banca messa in risoluzione insieme alle altre tre. Ma anche su quel decreto le istituzioni europee invece di aiutare l'Italia, la danneggiarono ingiustificatamente. Perché la commissaria alla concorrenza Margrethe Vestager impose una risoluzione al 17,5% del valore dei crediti deteriorati delle quattro banche, cifra sensibilmente inferiore a quella pochi anni o mesi prima stabilita per le banche irlandesi e slovene (il valore più basso raggiunto era del 22%), e decisamente inferiore alle valutazioni di mercato in quel momento presenti in Italia per operazioni analoghe (assai vicine al 30%), con l'eccezione di una sola misteriosa acquisizione di Fonspa, che venne invece presa a riferimento dalla Ue.
In breve, è stata quella scelta ingiustificata della Vestager a creare la vasta platea dei "risparmiatori truffati", che fra varie polemiche e governi sono poi stati rimborsati (e sono in corso di rimborso) dalle casse dello Stato italiano con un esborso di poco inferiore a 2 miliardi. Quindi: prendono i soldi da noi, e tanti soldi. Quando noi ne abbiamo bisogno non solo fanno orecchie da mercante, ma ci creano per dispetto un danno da 2 miliardi. E perché mai dovremmo darne ancora a loro sulla base dell' esperienza di questi anni?

di Franco Bechis

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Commenti all'articolo

  • Giuseppekrede

    02 Dicembre 2019 - 22:31

    fatelo leggere a quei deficenti sardine che cantano bella ciao , e non capiscono niente che con il social comunismo, si va alla rovina ,e quando non avranno piu' da mangiare vadino a riempirsi la pancia d' aria.. nelle piazze cantando o mamma che fame che ho....

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