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Patuelli (Abi) a Senaldi: "Salveremo le imprese, se la Ue non ci disturba"

Pietro Senaldi
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«La realtà impone di correggere alcuni aspetti della politica di austerità che l' Europa ha imposto in questi anni». Con queste parole il presidente dell' Abi, Antonio Patuelli, presenta a Libero l' accordo firmato tra l' Associazione degli istituti di credito e tutte le principali associazioni di imprenditori, commercianti e agricoltori nazionali.
«L' emergenza sanitaria ha già fatto molti danni alla nostra economia» è l' analisi del banchiere, «gli istituti di credito non potevano restare inerti, altrimenti il Paese si ferma e loro stessi sarebbero travolti». I termini dell' accordo sono chiari: moratoria per le imprese fino a un anno nella restituzione del capitale per i denari presi a prestito, possibilità di allungare i tempi di estinzione del debito fino a raddoppiarli, e poi un' attività di pressione sull' Unione Europea per far capire a Bruxelles che questa crisi non ha nulla a che vedere con quella finanziaria del 2008, e perciò va affrontata in modo diverso.

Presidente, che tempismo, segno che è molto preoccupato?
«Preoccupato certo, ma dinamico e già animato da voglia di ripresa. Avevamo già concesso, il 23 febbraio, la moratoria alle imprese della zona rossa, ieri l' abbiamo estesa a tutto il territorio nazionale. Unica condizione per accedervi, non essere titolari di debiti deteriorati».
Sarà sufficiente per evitare il peggio? 
«No, è anche necessario fare pressione perché la Ue allenti la stretta finanziaria figlia della crisi del 2008. Questa crisi non è finanziaria e bisogna curarla in maniera differente».
Come, oltre quel che già avete fatto? 
«Innanzi tutto bisogna cambiare le norme che vietano gli aiuti di Stato. Quelle sono state pensate per evitare una concorrenza sleale, ma oggi gli aiuti di Stato servono a salvare le economie nazionali, non ad avvantaggiare un' azienda o un settore a dispetto di un altro».
Vanno cambiate anche le norme bancarie? 
«Non ha senso considerare in stato di pre-fallimento chi è in ritardo di tre mesi sulla restituzione del debito. I tempi italiani sono più lenti di quelli europei, bisogna tornare alla disciplina precedente, altrimenti si costringono le banche a soffocare le imprese».
Ha in mente anche stanziamenti diretti dall' Unione alle aziende italiane?
«Oggi è di moda parlare della necessità di un nuovo piano Marshall. Mi piacerebbe, ma Marshall era un militare americano e gli Usa volevano far risorgere l' Europa in chiave anti-sovietica. Oggi gli Stati Uniti pensano ai fatti loro, i quattrini per risollevarci ce li dobbiamo mettere noi italiani e l' Europa».
Pensa che l' Unione sia matura per cambiare politica?
«È costretta a farlo. L' Unione è sotto schiaffo dell' emergenza sanitaria e di quella economica, che la costringono a rivedere la sua rigidità e a porsi un obiettivo di crescita comune degli Stati e non di una nazione a scapito dell' altra».
Non vedo nulla di concreto in questa direzione
«Non sarei così negativo sui primi mesi di presidenza della Von der Leyen. Un segnale positivo è la risposta dei commissari europei al governo italiano per le compatibilità di bilancio col corona virus. Noi italiani siamo la patria del Rinascimento e del Risorgimento, dobbiamo fare di questa difficoltà momentanea il trampolino psicologico per una riscossa. Sempre, dopo le epidemie, si registra un' impennata dell' economia».
Per ora l' Europa si occupa solo di green economy
«Quello è un settore che può essere trainante per la ripresa, a patto che non diventi una fede talebana e non soffochi tutti gli altri».
In concreto l' Europa cosa può fare per noi? 
«È il momento di superare perplessità e luoghi comuni e fare gli eurobond».
Quelli che voleva Tremonti, e prima ancora Delors? 
«Chiamateli come volete ma fateli. È il modo più diretto con il quale la Ue può investire nella ripresa. Noi come Italia non possiamo indebitarci molto oltre, ci vogliono titoli emessi da organismi europei che siano svincolati dalle singole problematiche nazionali. Ci vuole un fondo che superi i conflitti nazionali. Anche lo scontro sul bilancio della Ue va risolto, non ce lo possiamo permettere ed è figlio di una vecchia idea d' Europa».
Per la verità è figlio della solita Europa a guida tedesca
«La Germania ha avviato una fase di ripensamento, complici i grandi problemi economici che sta incontrando da tempo. Se in questi anni non ci fosse stato Draghi alla guida della Banca Centrale Europea, chissà dove sarebbe finita l' Unione. Mentre il presidente della Bce cercava di risollevare la Ue, Bruxelles complicava la ripresa».
Mi sembra che Bruxelles stia insistendo sulla cattiva strada? 
«Fui io il primo a lanciare l' allarme, a novembre. Poi il Parlamento italiano raccolse sostanzialmente unanime il mio grido di dolore e si è impegnato a muoversi per la difesa del nostro debito pubblico».
Quanto ci può far male il corona virus? 
«Molto a turismo e commercio. I danni poi aumenteranno proporzionalmente alla durata dell' emergenza. Però questa non è una crisi strutturale, come fu quella energetica del 1973».
E a livello d' immagine, ci farà molti danni? 
«Siamo un Paese che vive di turismo ed edilizia».
Il governo ha sbagliato qualcosa?
«Mi tengo lontano dalla politica, e dai processi che essa genera. Tiriamo innanzi».

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