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Benetton, il governo voleva punirli? Ora li riempi di soldi: l'ultimo controsenso giallorosso

Sandro Iacometti
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Dovevano lasciarli in brache di tela, li riempiono di quattrini. Potremmo sbagliare, ma quello che è successo mercoledì a Piazza Affari non somiglia neanche lontanamente ad una disfatta. Ricordate quella storia dei Benetton all'angolo, del governo che non avrebbe scucito un euro? Ebbene, la partita non è ancora definita nei dettagli, ma ieri è bastata qualche indiscrezione sull'operazione che porterà il gruppo di Ponzano Veneto fuori da Autostrade (e lo Stato dentro) per scatenare una festosa corsa agli acquisti che ha fatto balzare il titolo della holding Atlantia del 16,2%. 

 

Tutti impazziti? Può essere. Ma può anche essere, invece, che lo fossero i leader politici che due anni or sono, in seguito alla terribile tragedia del Ponte Morandi, hanno pensato, e detto, di poter espropriare un'azienda privata, con azionisti e investitori sparsi in tutto il mondo, senza neanche aspettare che i magistrati accertassero uno straccio di responsabilità. Certo, la tensione del momento. La fretta di scaricare sul groppone di qualcuno la rabbia della gente. Ma la pagliacciata non è durata qualche giorno. La favola della revoca della concessione come unica alternativa possibile per inchiodare i Benetton alle proprie colpe ce l'hanno raccontata fino allo sfinimento. E non solo i grillini. A inizio luglio, poco prima dell'intesa raggiunta con Ponzano Veneto, lo stesso premier Giuseppe Conte minacciava fuoco e fiamme contro la famiglia di imprenditori: «Non hanno ancora capito che questo governo non accetterà di sacrificare il bene pubblico sull'altare dei loro interessi. Non prendono in giro il presidente del Consiglio, ma i famigliari delle vittime e tutti gli italiani». E ancora: «Il crollo è un gravissimo e oggettivo inadempimento. Non è lo Stato che deve soldi ai Benetton, ma viceversa». 

Poi, giusto in tempo per presentarsi all'inaugurazione del nuovo ponte (riconsegnato ad Autostrade malgrado le promesse) e alle successive commemorazioni della strage senza essere assaltati dalla folla, l'esecutivo ha tirato fuori dal cilindro l'accordo, spacciandolo per una resa dei conti con sonora strigliata. Come finirà lo iniziamo ad apprendere in questi giorni. Scordatevi le versioni punitive impapocchiate da Luigi Di Maio per far digerire al popolo pentastellato la rinuncia alla revoca. O le panzane di Conte sulla missione compiuta. Chi aveva visto giusto è stato Matteo Renzi, che considerava il mercato l'unica strada percorribile. Così era. E così sarà. Non avrà luogo alcuna svendita. I Benetton si libereranno di Aspi (e del suo ingente debito, alimentato pure dai costi della ricostruzione del ponte e dal risarcimento di 3,4 miliardi) ad un prezzo che darà soddisfazione sia a loro sia ai numerosi soci privati, tra cui Allianz, Edf e Silk Road. Le soluzioni sul tavolo restano due, la scissione di Autostrade (con successiva quotazione e aumento di capitale per far entrare la Cassa depositi) o la vendita sul mercato dell'88% detenuto da Atlantia. 

 

Ora un cda straordinario della holding dovrebbe sciogliere i dubbi. Ma ad entusiasmare la Borsa sono stati gli 11 miliardi di valutazione della società autostradale. Cifra ben diversa dalla forbice di 6-9 sui cui si ragionava inizialmente sulla base di notizie diffuse dal Tesoro. Sono tanti soldi rispetto a quelli che ci voleva far credere il governo. Ma non si tratta di un regalo. Come ha spiegato qualche settimana fa il super fondo londinese Tci, azionista di Atlantia, è «un valore equo dell'asset» che eviterà «la fuga di investitori internazionali dall'Italia». Ci volevano due anni per capirlo?

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