Gli economisti sono un po’ come il vento. E talvolta pure i grandi e blasonati giornaloni (finanziari ma non solo) cambiano rotta a seconda del vento e delle maree. Prima profetizzano disastri poi, appena qualche settimana dopo, cambiano inclinazione. E le previsioni da “burrasca” tornano a indicare “sereno”. La navigazione della flottiglia Trump era stata sottoposta ad un fuoco di fila di critiche e pessimi auspici. L’idea solo di adottare nuovi dazi da stordire un cavallo aveva fatto gridare gli economisti delle principali istituzioni che sarebbe arrivato un disastro a stretto giro. Banche d’affari globali, strutture finanziarie americane (e quindi le più importanti società finanziarie internazionali) avevano diagnosticato “complicazioni”. E invece... Proprio ieri la bibbia della stampa economica mondiale, il Wall Street Journal, ha sterzato e cambiato decisamente orientamento. I profeti di sventura, che non mancano mai a prescindere da che parte dell’Oceano si soggiorni, pare abbiano rivisto (dati alla mano) prospettive e atteggiamento.
In sostanza, sintetizza l’editoriale pubblicato dalla testata finanziaria di New York, «le ricadute economiche delle politiche del presidente Trump potrebbero rivelarsi meno terribili di quanto si temesse». Una giravolta rispetto alle pessime previsioni degli ultimi mesi. E, soprattutto, una grande sponda offerta a The Donald proprio il giorno successivo al monito inviato all’Unione europea sull’applicazione di dazi del 30% a partire dal prossimo 1° agosto. Una doccia fredda per gli sherpa di Bruxelles, guidati dal Commissario Ue al Commercio Maros Sefcovic, spedito settimane fa da Ursula von der Leyen a trattare. Adesso tocca ricredersi. Nonostante Trump, o forse proprio grazie alla “politica” creativa del presidente «gli economisti si aspettano una crescita più forte e la creazione di posti di lavoro, un minor rischio di recessione e un’inflazione più fredda rispetto a tre mesi fa». Tutto questo salta fuori dal secondo sondaggio trimestrale del Wall Street Journal tra i principali analisti specializzati. C’è da dire che il “sentiment” in pochi mesi è decisamente cambiato.
Tasse Ue: Italia, Svezia e Romania, si allarga il fronte del no. Solo la sinistra festeggia
Le nuove tasse che l’Unione Europea starebbe pensando di mettere sul tabacco, ma non solo, rischiano di mettere an...Nel precedente sondaggio- realizzato sempre dal WSJ solo qualche mese fa quando Donald ventilava tariffe del 100% per riportare in cascina quattrini americani che scorrevano via con gli acquisti oltre confine - la tensione era alle stelle. Gli analisti interpellati dal quotidiano americano ammettono che «le prospettive siano leggermente migliorate rispetto all’ultimo sondaggio» ma si dicono «ancora relativamente pessimisti, molto probabilmente a causa del persistere dell’incertezza commerciale e della crescita modesta fino ad oggi». L’ipotesi è che il prodotto interno lordo (corretto per l’andamento dell’inflazione) cresca dell’1% nel quarto trimestre rispetto all’anno precedente. E già questo rappresenterebbe un miglioramento rispetto alle previsione di aprile dello 0,8%, ma solo la metà di quanto previsto a gennaio. Meglio potrebbe andare nel 2026. Le prospettive annusano «una crescita in ripresa all’1,9%» con un leggero miglioramento rispetto ai sondaggi precedenti.
L’aspetto interessante è che le probabilità di recessione nei prossimi 12 mesi viaggiano intorno al 33%. Un calo rispetto al 45% ipotizzato ad aprile, ma certo superiore al 22% di gennaio. Guarda caso quando ancora non si era insediato Trump (il 20 gennaio il giuramento), né si potevano immaginare misure economiche addirittura superiori a quelle del primo mandato repubblicano del magnate. Resta da vedere quali risultati concreti porterà la strategia commerciale aggressiva attuata dalla Casa Bianca. Questa volta il sondaggio ha intercettato, forse, una maggiore prudenza da parte 69 economisti interpellati. L’andamento congiunturale appare «incoraggiante», dicono. La «crescita dei posti di lavoro è stata in media di 150.000 unità negli ultimi tre mesi, migliore di quanto previsto ad aprile, e il tasso di disoccupazione è sceso al 4,1% a giugno dal 4,2% di maggio». Così come sono scese le richieste di disoccupazione. C’è da vedere se con tanti fronti aperti (Ucraina, Medioriente, Cina) la politica muscolosa di Trump porti risultati che neppure gli analisti si aspettavano. Se poi il presidente della Fed Jerome Powell, aspramente criticato per i tassi alti (4,25-4,5%), dovesse rivedere le scelte della Banca centrale sugli interessi, Donald potrebbe vantarsi di aver costretto a più miti consigli anche l’indipendente Fed.