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Il nemico del G20 sarà il protezionismo

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Global Trade Alert individua 650 misure restrittive che stoppano il 10% delle importazioni mondiali

Roberto Amaglio
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Le borse schizzano verso l'alto, gli economisti esultano e pure lui, il sempre più criticato Barack Obama, può per una volta cantare vittoria. Dopo le dichiarazioni possibilistiche della Banca Centrale cinese, la maggior flessibilità dello yuan concretizzatasi lunedì sembra essere un primo passo verso quegli obiettivi di rilancio economico di cui si parlerà a Toronto, sede dell'ormai imminente G20. Tuttavia la strada per realizzare quei buoni propositi espressi dal presidente Usa in una lettera al Washington Post è ancora lunga. Uno studio condotto da Global Trade Alert (che sarà pubblicato in versione integrale nel corso del vertice di Toronto) mette infatti in risalto come siano molti i protagonisti del commercio mondiale che continuano a imporre misure protezionistiche, da tempo considerate come uno dei mali assoluti dai leader del G20. Secondo il reportage economico, le violazioni degli impegni assunti contro il protezionismo hanno già penalizzato più di 100 volte gli interessi commerciali di Stati Uniti, Cina, Germania, Regno Unito, Francia e Germania, il tutto solo negli ultimi 12 mesi. Infatti delle misure restrittive applicate fino al novembre 2008 (data del summit di Washington), circa 650 restano ancora in piedi. Lo studio identifica 22 misure protezionistiche sistemiche che coprono oltre il 10% delle importazioni mondiali, alcune di esse anche in aperto contrasto con le normative del Wto (World Trade Organization). In particolare, alcune di queste misure "sleali" sono adottate da governi come Russia, Indonesia, Giappone e Argentina, e penalizzano oltre 15 dei paesi del G20 per un giro di affari totale di oltre 10 miliardi di dollari. “I costi degli inefficaci impegni del G20 aumentano di trimestre in trimestre – afferma Simon Evenett, coordinatore del Gta –. In base a stime conservative, la quota di scambi coperta da queste misure è circa 1.600 miliardi di dollari, pari a più del 10% delle importazioni mondiali 2008”.

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