Ridurre le imposte a chi dichiara fino a 60mila euro lordi (e che oggi paga la bellezza di 16/18mila euro l’anno a seconda dei carichi familiari), è già un segnale chiaro che i margini della manovra Finanziaria 2027 sono allo studio del ministero dell’Economia. Non a caso è stato il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, a ventilare l’ipotesi di un intervento a favore dei redditi “medi”. Prima al tradizionale appuntamento del Festival dell’Economia de Il Sole 24 Ore di Trento, Leo aveva ammesso un intervento in questo senso. Poi la conferma più dettagliata, intervistato da proprio da Libero. A far di conto adesso sono i tecnici del Tesoro. A spanne l’intervento interesserebbe circa 2,3 milioni di contribuenti, vale a dire quelli che dichiarano redditi tra 50mila e 200mila euro. La fascia tra 60mila e 200mila euro comprende circa 1,56 milioni di persone che otterrebbero il beneficio pieno da 1.000 euro annui. Per chi invece si colloca tra 50mila e 60mila euro il vantaggio crescerebbe progressivamente in base al reddito dichiarato. Secondo le elaborazioni basate sulle proiezioni del Mef in questa fascia intermedia il beneficio medio sarebbe attorno ai 440 euro annui, mentre chi superai 60mila arriverebbe al massimo teorico previsto dalla riforma: 1.400 euro annui. Per l’ufficio studi di Unimpresa il massimo del recupero andrebbe a favore della fascia di reddito al limite dei 60mila euro. Per poi ripetere il meccanismo già attuato quest’anno con un décalage fiscale per la progressiva sterilizzazione oltre i 200mila euro attraverso il taglio delle detrazioni fiscali.
La platea di beneficiari è relativamente ristretta ma evidentemente il governo vuole dare un segnale concreto ad una coorte (così viene definita statisticamente) di contribuenti che alimenta il gettito fiscale italiano. Quanto ai costi le proiezioni ipotizzano un mancato incasso per l’erario pari a 2 miliardi. Scorrendo i valori dell’Irpef versata nel 2025 balza all’occhio che il 65% dell’imposta arriva da chi detiene redditi oltre i 35mila euro. Il 32% dei contribuenti si piazza tra i 35mila e i 70mila e il 19,2% dalla fascia più delimitata tra 26mila e 35mila euro, in cui ricade il 23% dei soggetti. Lo 0,2% che dichiara cifre più elevate dichiara (e paga) il 6,6% dell’imposta netta totale. Secondo i dati dell’Agenzia delle Entrate tra lavoratori e pensionati ben 14 milioni di italiani si collocano invece tra i 12mila e i 26mila euro e contribuiscono con un’imposta modesta. Invece sopra i 100mila euro dichiarati si contano appena 740mila contribuenti, vale a dire l’1,7% del totale. Nella platea che viaggia oltre i 300mila euro rientra appena lo 0,2% dei contribuenti censiti.
A scorrere i dati 2025 appare chiaro che l’Italia “fiscale” detiene un reddito medio che viaggia dai 24.830 ai 25.820. Almeno questo è il reddito Irpef dichiarato. Consultando le dichiarazioni dei redditi, comunque singolarmente più “pesanti” salta fuori che nel 2025 (rispetto al 2024) ci sono 8,7 milioni di contribuenti che hanno imposta netta pari a zero perché guadagnano molto poco e così, grazie anche alle detrazioni applicate, pagano un’inezia. In sostanza dei 42,8 milioni di contribuenti che presentano la dichiarazione la bellezza di 11,3 milioni non versano nemmeno un euro. E ovviamente beneficiano dei servizi sociali e previdenziali. Ma anche di esenzioni delle addizionali comunali e regionali. C’è da dire che qualcosa comincia a cambiare nell’atteggiamento dei contribuenti. Incrociando i dati delle spese elettroniche (ultimo dato accertato al 28 maggio aggiornati alla metà del mese di maggio 2026), nei primi mesi di quest’anno sono già emersi 5,3 miliardi di euro di spese aggiuntive certificate frutto di 115 milioni di scontrini in più. Miracoli delle banche dati incrociate tra spese elettroniche effettuate e scontrini battuti.