L’Italia è un grande Paese, con un grande avvenire dietro le spalle. Negli ultimi tre decenni ha subito la deindustrializzazione senza batter ciglio. Il ricambio generazionale del capitalismo italiano ha in gran parte mollato, destinando i cospicui tesori generati da genitori e nonni verso la più comoda finanza. Parimenti l’industria dell’attrattività ha fatto pochi passi avanti, tenendo botta solo nella quattro città campione, Roma, Venezia, Firenze, a cui si è aggregata Milano, che è andata a superare Firenze per spesa procapite dei visitatori, alimentata non solo dalla cultura e dal patrimonio artistico, come fanno le altre tre regine, ma anche da super business e insediamenti di head quarter di maxi multi nazionali. Un modello che solo Roma, grazie alla dimensione e alla presenza del decisore politico, potrebbe clonare, ma non lo fa.
Il mercato finanziario regolamentato è rimasto ancora agli scarsi numeri di aderenti, pur rinforzandosi in maniera cospicua a livello patrimoniale, grazie essenzialmente all’exploit del sistema bancario e assicurativo, che ha raddoppiato nell’ultimo biennio la sua capitalizzazione di Borsa. Le aliquote fiscali hanno mantenuto un livello elevato non compensato dai servizi offerti che restano, il più delle volte, inefficienti e di modesta qualità. L’istruzione, pur basata su un ciclo completo, è rimasta al palo a causa di una insufficiente riorganizzazione derivante anche dalle modeste risorse finanziarie disponibili. In questo scenario non certo entusiasmante nel quale si è trovata la compagine capitanata da Giorgia Meloni, i corpi intermedi hanno assottigliato la propria capacità di indirizzo delle scelte, anche a causa di condizioni sfavorevoli quali sono state il residuo del dopo Covid e poi il mastodontico ciclo inflattivo che ha ridimensionato il potere di acquisto del ceto medio.
Superbonus, controlli a raffica: 9 su 10, ecco chi rischia la stangata
Nel mirino dell'Agenzia delle Entrate e del ministero dell'Economia ancora il Superbonus, lo sciagurato bonus ed...Tocca però a corpi intermedi assumersi l’onere di stimolare i propri aderenti ad essere più partecipi agli investimenti in ogni ambito. La capacità di investimento delle PMI e micro aziende si è rarefatta per molteplici cause, tra le quali quella di disporre di un capitale finanziario proprio inadeguato a dare corso a programmi di sviluppo. Il sistema creditizio si è fortemente rafforzato sia nei due campioni nazionali, Intesa e Unicredit, ma anche nei primi quattro o cinque che li seguono. Il fatto che si stiano ulteriormente accelerando fusioni, acquisizioni e incorporazioni evidenzia uno stato di salute finanziaria e patrimoniale di ottimo livello. Importante ricordare che al Paese, e soprattutto alle piccole micro imprese, che serve la creazione di un terzo polo, la cui concentrazione di attività sia entro confine e il cui core miri proprio ai piccoli, che è bene ricordarlo sul totale di cinque milioni di partite Iva ne costituiscono ben oltre il 95%.
Un terzo polo che dovrebbe nascere tra soggetti analoghi come sono Bpm ed Mps. Soprattuto la prima, ma negli ultimi tre anni anche la seconda, hanno rappresentato una essenziale alternativa ai due giganti Intesa e Unicredit. Allargare oltre confine il peso delle due prime donne è opportuno e necessario, definire un terzo polo autonomo dai primi due, che operi essenzialmente entro confine lo è altrettanto. I primi a pretenderlo dovrebbero essere le associazioni datoriali, che sono formate, per ben oltre il 90% degli associati, da Pmi e micro imprese.




