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Sarkozy senza vergogna su Gheddafi e Libia: "Di cosa sono orgoglioso"

Mauro Zanon
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 «55 morti e 146 feriti durante degli scontri in Libia: non dobbiamo mai dimenticare che sono Sarkozy, Bernard-Henri Lévy e Obama ad aver distrutto questo Paese che proteggeva l’Europa dall’invasione migratoria!». Pochi giorni fa, l’eurodeputato francese Gilbert Collard ha ricordato agli smemorati che oggi incensano l’ex presidente Nicolas Sarkozy per il suo ultimo libro, Le temps des conquêtes (Fayard), che il caos in cui versa il Paese nordafricano è figlio dell’intervento scellerato deciso nel 2011 dall’allora inquilino dell’Eliseo: un intervento che non ha soltanto provocato più di 250mila morti, ma ha anche causato la destabilizzazione del Sahel, favorito l’espansione del jihadismo nella regione africana, e generato un’ondata migratoria di cui l’Europa sta pagando le conseguenze.

 

 

 

Eppure, sfogliando le pagine del terzo tomo dei suoi mémoires, si scopre che Sarkozy considera quella guerra «un successo», di cui andrà per sempre fiero. «Non avevamo finito con le primavere arabe, perché la Libia aveva ormai raggiunto la lunga lista dei Paesi in situazione di rivolta e di caos. Era l’ultima, in ordine di tempo, di tutte quelle che stavamo vivendo. Ma era certamente la più brutale, tenuto conto della personalità “malata” del dittatore che era al potere da 41 anni, il colonnello Muammar Gheddafi. Aveva una mente disturbata», scrive Sarkozy, prima di aggiungere: «Ero convinto che se avessimo lasciato Gheddafi ricorrere alla forza contro il suo stesso popolo, la nostra posizione nel mondo arabo sarebbe stata segnata per le generazioni future e saremo stati processati, quantomeno davanti al tribunale della Storia. Non aiutare quelle popolazioni desiderose di libertà avrebbe significato tradire i valori e gli ideali che noi stessi proclamavamo. Il mio desiderio era quello di dare una possibilità alla democrazia e al pluralismo politico in questa regione del mondo che non li aveva mai conosciuti».

 

 

 

 

Il risultato? La Libia, oggi, è in preda alle violenze tra fazioni rivali, devastata dalla miseria, soffocata dalla pressione migratoria che arriva dal Sahel e da quella jihadista. Nel libro Sarkozy si vanta di essere stato “il leader”, assieme all’allora premier britannico David Cameron, della guerra in Libia, e di aver saputo spezzare «la reticenza americana» di Obama, «che voleva in ogni cosa essere l’“anti-Bush”, ossia l’uomo che mette fine alle guerre, e non quello che le comincia». «Quando i caccia francesi penetrarono nello spazio aereo libico, mi riempì d’orgoglio l’idea che l’esercito francese avrebbe salvato migliaia di vite da un massacro che prometteva di essere ineluttabile. Dopo essere stati in ritardo in Tunisia e in Egitto, eravamo stati, con i britannici, i leader per la Libia». Dei piani di Total, il gigante degli idrocarburi francese che voleva scalzare l’Eni in Libia, non si parla naturalmente nel libro di Sarkozy, così come del suo rinvio a giudizio per l’affaire dei finanziamenti illegali della sua campagna elettorale del 2007 proprio da parte di Gheddafi: i giudici sono convinti che l’ex capo dello Stato francese abbia stretto con l’ex presidente libico «un patto di corruzione». 

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