Per uno come Donald Trump, che è insofferente pure quando si diverte «datti una mossa» dice a quelli che giocano a golf con lui e si soffermano ad ammirare il paesaggio - la guerra tra Russia e Ucraina è una fastidiosa baruffa che danneggia un disegno economico e militare molto più grande. Kiev è un tema che “non sta nel fuoco”, dicono i russi, a intendere che non è una questione fondamentale: Washington e Mosca parlano di affari, dagli accordi energetici alla deterrenza nucleare fino all’influenza strategica. Accantonata la speranza che il suo arrivo alla Casa Bianca portasse a una rapida risoluzione del conflitto, il presidente americano si è dovuto piegare all’andamento fiacco dei negoziati, ovvero il transumare delle cancellerie, gli scambi di prigionieri, le sanzioni fantasma, i post sui social, le visite al Cremlino dell’inviato speciale Usa Steve Witkoff e i gruppi tecnici al lavoro per trovare intese sulle garanzie di sicurezza postbelliche per Kiev – così da evitare che la pace sia una resa sotto mentite spoglie e preludio a un’altra guerra. Impazienti e frustrati siamo pure noialtri, intrappolati nella tirannia del quotidiano alieno dalla complessità: un passo avanti che viene vanificato, all’apparenza, da tre indietro, fra vertici multilaterali, mancate tregue e la «discrezione», ha detto l’altroieri il portavoce del Cremlino Dmitry Peskov, necessaria «per raggiungere un accordo».
Ai malfidenti, l’intensificarsi di attività diplomatiche cui abbiamo assistito ad agosto (telefonate alluvionali, il tappeto rosso di Anchorage, la tavolata degli europei a Washington) sembra una messinscena: non c’è stato né un cessate il fuoco né tantomeno un accordo di pace. Eppure, va dato atto all’attuale amministrazione che, dopo tre anni e mezzo dal primo colloquio di pace del 2022, avvenuto a Istanbul appena due mesi dopo l’invasione russa dell’Ucraina, Mosca e Kiev dall’inizio dell’anno si sono incontrate direttamente tre volte. Hanno, in realtà, appena cominciato il processo di negoziazione: l’ha capito persino la Casa Bianca che - per quanto sia ideologicamente allineata al discorso di commiato di George Washington del 1796 (i due famosi moniti: evitare le “fazioni” in casa e gli “imbrigliamenti” all’estero) - ha definito il colloquio con Vladimir Putin «un esercizio di ascolto».
Solo a guardare i conflitti decennali degli ultimi settant’anni, i negoziati sono da sempre un lavorio sull’orlo della decozione. Quello civile nordirlandese, per esempio, che dopo quasi trent’anni di scontri si concluse nel 1998 con l’Accordo del Venerdì Santo: richiese quasi due annidi negoziati diretti tra l’Irlanda del Nord e i governi britannico e irlandese, a loro volta frutto di annidi discussioni preparatorie e con un accordo fallito alle spalle (l’Accordo di Sunningdale del 1973). Dopo la guerra arabo-israeliana del 1973, il Segretario di Stato e Consigliere per la Sicurezza Nazionale Henry Kissinger trascorse cinque mesi più in cielo che a terra, volando avanti e indietro tra le capitali del Medio Oriente - Egitto, Israele, Siria, di nuovo Israele – nel tentativo di normalizzare i rapporti tra Paesi che avevano combattuto due guerre in meno di sei anni all’interno di un conflitto lungo 25 anni. La tecnica del diplomatico, mentre a Washington Nixon era distratto dal Watergate ma gli emissari dei governi gettavano le basi dei negoziati, venne definita dai media la “diplomazia della navetta” (shuttle diplomacy): portò a una prima intesa tra il Cairo e Gerusalemme (l’accordo Sinai I, che prospettava un disimpegno delle truppe dei due Paesi dalla penisola del Sinai), a una seconda tra Damasco e Gerusalemme (l’Accordo sul disimpegno, che pose termine ufficialmente alla guerra del Kippur e agli attriti sul fronte siriano) e un ultimo trattato bilaterale venne siglato tra Egitto e Israele nel settembre del 1975 (accordo Sinai II). L’inquilino della Casa Bianca, nel frattempo, si era dimesso e gli era succeduto il vicepresidente Gerald Ford. Ultimi esempi, ha ricordato l’analista Samuel Charap sul New York Times, sono l’armistizio di Panmunjeom del 1953 che, pur senza essere mai stato seguito da un formale trattato di pace, pose fine alla guerra di Corea.
La conclusione dei combattimenti attivi venne raggiunta dopo tre anni di combattimenti e 575 incontri tra delegazioni, nonostante Russia e Cina spingessero il loro vassallo, Pyongyang, a proseguire il conflitto (la regola di Mao è sempre stata quella di “negoziare combattendo” e Putin ha imparato la lezione). Infine, ed entriamo nel XXI secolo, nel 2012 è stato firmato un accordo quadro, ovvero un documento che definisce i parametri di un’intesa finale e che guidi i negoziati, di cinque pagine tra il governo colombiano e i terroristi comunisti delle Forze armate rivoluzionarie della Colombia (Farc). Dopo il cessate il fuoco e altri quattro anni di negoziati, hanno concordato un’intesa finale di 323 pagine. Costantemente impegnato nella negoziazione e correndo rischi, in Medio Oriente, che nessun altro presidente americano avrebbe mai affrontato, a partire dagli Accordi di Abramo, Trump sta lanciando un messaggio ai malfidenti di cui sopra: l’arrocco dell’America non è in atto, anzi, il presidente ha lasciato intendere che vorrebbe cambiare il nome del Pentagono da dipartimento della Difesa a dipartimento della Guerra, «perché quando si chiamava così», ha detto, ovvero fino al 1947, «abbiamo avuto un’incredibile storia di vittorie». È la diplomazia, bellezza, e per raggiungerla «non voglio essere solo in difesa: voglio anche l’attacco».