Nel marzo del 1985, quando Mikhail Gorbaciov a 54 anni divenne il più giovane segretario generale del PCUS, l'Unione Sovietica era in crisi profonda. Egli lanciò la perestrojka – ristrutturazione economica – e la glasnost – trasparenza politica. Voleva salvare il socialismo riformandolo. Gli economisti lo applaudivano, i politologi occidentali lo adoravano. Il popolo sovietico lo odiava. Perché perestrojka significava chiudere fabbriche, licenziare milioni di persone, smantellare le garanzie dello stato sociale. E glasnost voleva dire ammettere di aver sbagliato quasi tutto. Per la prima volta i cittadini sovietici potevano dire la verità, ma la verità era insopportabile. I nazionalisti nelle repubbliche periferiche pretesero l'indipendenza. I comunisti ortodossi lo accusarono di tradizione. Altri, riformatori o opportunisti, come Eltsin lo scavalcarono. Nel 1991 l'Urss si scioglie.
Gorbaciov si ritrovò presidente di un Paese che non esisteva più. In Occidente lo celebravano come l'uomo che aveva posto fine alla Guerra Fredda. A Mosca lo disprezzavano come l'idiota che aveva regalato un impero. Alle presidenziali del 1996 ottenne lo 0,5% dei voti. Morì nel 2022, pochi mesi dopo l'invasione dell'Ucraina, in un Paese che lo considerava una disgrazia nazionale. Eppure aveva fatto esattamente ciò che andava fatto. Ma fare la cosa giusta non è detto che ti salvi.
Groenlandia, ecco il vero piano di Donald Trump
Le cancellerie si stanno dando un gran daffare in questi giorni a ipotizzare quale potrebbe essere il futuro status dell...Nell'aprile del 2017, Emmanuel Macron vinse le presidenziali francesi a 39 anni, il più giovane di sempre. Politicamente venne dal nulla: mai eletto, fondatore di un movimento nato 16 mesi prima. Tecnico preparatissimo, si presentava come il modernizzatore: né socialista né conservatore, ma pragmatico ed europeista. Il suo programma era impeccabile: riformare il mercato del lavoro, ridurre la spesa pubblica, alzare l'età pensionabile. Gli economisti applaudivano. Bruxelles lo adorava. I francesi iniziarono presto a odiarlo. La riforma del lavoro del 2017 fece scendere in piazza i sindacati. La carbon tax del 2018 scatenò i Gilet Gialli.
Nel 2023 imporre la riforma delle pensioni senza voto parlamentare e le piazze esplosero di nuovo. La sua popolarità crollò. Alle europee del 2024 i suoi candidati furono travolti dalla destra. Tentò il tutto per tutto e sciolse l'Assemblea Nazionale ma il risultato del voto anticipato fu la paralisi: nessuna maggioranza, governo tecnico, ingovernabilità. In Europa non lo ascoltano più. In patria è il simbolo di un'élite scollegata dal popolo. Ha ragione su tutto – le pensioni, il debito, il lavoro – ma avere ragione in politica non basta.




