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Crans-Montana, la frase della Moretti un istante prima del rogo: agghiacciante

di Roberto Tortoramartedì 13 gennaio 2026
Crans-Montana, la frase della Moretti un istante prima del rogo: agghiacciante

2' di lettura

Più persone, più clienti, più profitto. Se questa filosofia dovesse essere accertata, per Jessica Maric, co-proprietaria del “Le Constellation” a Crans-Montana, le cose potrebbero mettersi molto male. A mezzanotte di San Silvestro, mentre in quel locale si avvicinava una delle peggiori tragedie della storia recente svizzera, l’ansia dei proprietari infatti non riguardava la sicurezza, ma il numero dei clienti. “C’era pochissima gente”, ripete Jessica Maric, titolare del locale insieme al marito Jacques Moretti. I conti erano presto fatti: “Dobbiamo farne entrare di più per creare l’atmosfera giusta”. Una frase che oggi suona come una condanna.

Tra chi stava lavorando quella notte c’è Cyane Panine, 24 anni, “come una sorellina” per Jessica. Una delle 40 vittime del rogo. Quando Moretti riesce a forzare una porta secondaria e rientrare nel locale, il suo corpo è tra quelli stesi a terra. “L’ho cresciuta come se fosse la mia bambina”, dirà poi. In strada, lui e il fidanzato tentano di rianimarla “per oltre un’ora”, finché i soccorritori non li fermano: è troppo tardi. Le prime ore dopo la strage sono anche quelle in cui i titolari provano ad allontanare i sospetti. I profili social dei locali vengono chiusi, i video promozionali spariscono. Proprio quelli con le fontane pirotecniche, diventate una delle “specialità” del Constellation. Moretti ammette l’uso dei bengala “ai compleanni dei clienti”, assicurando che duravano “30 o 40 secondi” e che nessuno poteva toccarli. I filmati, però, raccontano altro. L’istituto forense di Zurigo trova 25 bengala già usati e altri 100 ancora confezionati in uno stanzino.

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E perfino un borsone con petardi, tra cui sei “Thunder King”. Le uscite di emergenza? Una “ben segnalata”, dice Jacques, smentito dai testimoni. L’altra chiusa a chiave dall’interno. Poi i pannelli sul tetto, montati da lui stesso. “Ho fatto dei test. Impossibile che si potessero incendiare”. I fatti dimostrano il contrario. Un fai-da-te criminale dentro un locale diventato simbolo di superficialità, negligenza e controlli mai fatti. A pagare, come sempre, sono stati i ragazzi. La giustizia dovrà presentare il conto ora anche ai responsabili.

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