Un problema di aggiornamento, la sostituzione di un software che avrebbe fatto le bizze compromettendo proprio i file sulle ispezioni anti-incendio. Nel campus universitario di Sion, alla presenza della procuratrice del Canton Vallese Catherine Seppey e di diverse decine di avvocati (questo è il motivo per cui le aule del palazzo in mattoni grigi della procura non sono più sufficienti) è il giorno dell’interrogatorio di Christophe Balet, il responsabile della sicurezza pubblica al Comune di Crans-Montana che, più di una settimana fa, è finito ufficialmente indagato perla strage di Capodanno assieme a un ex collega e ai coniugi Moretti.
È lui che la mette in questi termini: sì, è vero, al Constellation non sono state fatte verifiche per anni e anni; sì, è vero anche che quel buco va dal 2019 al 2025 e che, invece, in quello stesso lasso di tempo, altri locali sono stati controllati: però si è trattato di un mero “bug informatico”, un guaio al computer, un aggiornamento al sistema che non ne ha garantito la procedura.
Proprio lassù, nella Svizzera della precisione, del rigore, della puntualità estrema: è Balet stesso ad ammettere di non aver mai superato l’esame al corso di formazione anti-incendio (infatti non ha il brevetto in questione nonostante in passato abbia addirittura ricoperto la carica di capo dei pompieri in alcune località del cantone). Durante il colloquio registrato con la magistratura gli inquirenti gli sequestrano il telefono cellulare con l’intento di esaminare e analizzare i dati che contiene.
Prosegue l’inchiesta, insomma, ma proseguono anche le polemiche a riguardo. Perché lo smartphone di Balet è stato confiscato solo adesso? Come mai viene sentito ora, a oltre un mese dal disastro, in qualità di indagato (anche se è stato proprio lui, il 3 gennaio passato, a tramettere agli investigatori mappe, planimetrie e documenti amministrativi del Constel)? Sono alcuni dei quesiti che circolano, con sgomento, tra le famiglie dei quaranta morti e dei 116 feriti in quella strage senza precedenti, oramai 38 notti fa, nel cuore di una cittadina turistica alpina che avrebbe dovuto solo festeggiare il nuovo anno e che, invece, si è svegliata dentro un inferno che non trova pace. In Svizzera il nodo della procura giudicante è ancora un affare aperto: se a gennaio, Miriam Mazou, ossia una degli avvocati delle vittime, aveva chiesto la nomina di un giudice speciale (e si era vista respingere l’istanza), ora il collega Garen Ucari che rappresenta una persona deceduta nel rogo di Crans tenta una strada simile ricusando i cinque procuratori che stanno indagando sull’incendio (e la motivazione è sempre la stessa: carenze ed errori nel procedimento).
È il giorno che dà l’avvio alle Olimpiadi invernali di Milano Cortina (ieri): mentre i tedofori fanno tappa sotto le finestre della Terapia intensiva dell’ospedale Niguarda di Milano dove diversi giovani italiani sono ricoverati proprio per i fatti del Constel, all’interrogatorio di Balet dall’altra parte delle Alpi è presente anche Jacques Moretti, il proprietario del disco-pub della tragedia. «Penso ogni istante alle vittime», dice “il corso” entrando nel campus scortato dai suoi avvocati. Non si lascia sfuggire nient’altro, non aggiunge alcun commento.




