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Russia, quella mania dei tank a casa altrui

È stato un disastro, per l’invasore, la vittima e l’Europa. I Paesi Visegrad fanno muro: stop al 20° pacchetto di aiuti
di Dario Mazzocchimartedì 24 febbraio 2026
Russia, quella mania dei tank a casa altrui

3' di lettura

Nel giorno 1.460 del conflitto in Ucraina, Ungheria e Slovacchia sono uscite allo scoperto e hanno posto il veto sul ventesimo pacchetto di sanzioni alla Russia, discusso ieri durante il vertice dei ministri degli Esteri dei Paesi membri dell’Unione europea. Un no che mette a rischio il prestito economico di 90 miliardi a Kiev per stabilizzare bilancio e capacità militari nei prossimi anni, approvato lo scorso dicembre. La causa scatenante del dissenso firmato da Viktor Orbán e Robert Fico è il mancato ripristino del transito di petrolio russo attraverso l’oleodotto Druzhba: una ritorsione che si aggiunge al blocco di forniture di diesel da parte di Budapest per aiutare l’Ucraina a fronteggiare la crisi energetica che da settimane ormai lascia al gelo le città, dopo i chirurgici attacchi condotti dall’esercito di Mosca sulle infrastrutture energetiche. La Slovenia si appresta a fare altrettanto.

Uno scossone per la diplomazia europea che da quattro anni fa i conti con un nemico sulla soglia di casa e due grandi anime al suo interno: gli irriducibili, come Polonia e Stati baltici, che – ancora ben consapevoli delle sofferenze patite per mano russa nel corso della storia più o meno recente – non ammettono ripiegamenti nella linea antiputiniana; gli ondivaghi, come Ungheria e Slovacchia appunto, che prima si allineano e poi si tirano indietro.

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QUATTRO ANNI DOPO
Il 24 febbraio 2022: le sirene che all’alba svegliano Kiev e le altre città ucraine, catapultandole nell’inferno di quella che il presidente russo Vladimir Putin, a reti unificate, definisce «Operazione speciale». Primi fotogrammi di guerra: i carrarmati nella periferia della capitale che fanno presagire il collasso immediato; l’adunata allo stadio Luzhniki di Mosca, dove lo zar arringai suoi; le stragi di Bucha e di Irpin; i violenti scontri che raderanno al suolo Mariupol. Le prime sanzioni occidentali con i conti russi che registrano una contrazione del prodotto interno lordo del 2%, la svalutazione del rublo e reggono all’urto con gli interventi statali che inaugurano una vera e propria economia di guerra.

Dai movimenti rapidi al lento logoramento, con la Russia che al momento occupa circa il 20% del territorio ucraino e i combattimenti che si concentrano nei dintorni di Zaporizhzhia e in altri lembi di terra tra Sumy (nord), Kharkiv (nord-est) e Dnipropetrovsk (centro). Secondo il Center for Strategic and International Studies americano, tra morti, feriti e dispersi si arriva a superare 1,8 milioni di perdite, con circa 325.000 vittime tra i soldati russi e fino a 140.000 tra quelli ucraini. A questi si aggiungono i civili: per l’Alto Commissariato dell’Onu per i diritti umani almeno 14.000 ucraini uccisi dagli attacchi con droni e missili e oltre 36.000 feriti.

In quattro anni l’UE ha stanziato 193 miliardi di euro in aiuti tra sostegni militari, finanziari e umanitari; gli Stati Uniti 114 miliardi. Artiglieria, veicoli da combattimento, sistemi di difesa aerea, munizioni: sono i principali componenti dei pacchetti di sostegno militare per contenere le ambizioni putiniane, che dettano il bello e il cattivo tempo nelle trattative che hanno registrato un’accelerazione – almeno negli incontri tra le delegazioni – con il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca. Criticato per aver rimproverato, a favor di telecamera, il collega ucraino Volodymyr Zelensky alla Casa Bianca e per aver ridato dignità diplomatica a Putin con il vertice dello scorso Ferragosto in Alaska, eppur qualcosa si muove, con un nuovo round di colloqui per una tregua in programma la prossima settimana.

Quattro lunghi anni, con gli inevitabili risvolti anche inattesi che stanno determinando l’esito di un conflitto che nessuno riteneva possibile e poi si è materializzato in tutta la sua crudeltà. Una triste realtà che ha messo l’Europa di fronte al fatto compiuto della propria debolezza e impreparazione davanti alla minaccia russa, specie dopo le pressioni di Washington per ridefinire l’alleanza senza un aumento delle spese militari dei partner Nato.

C’è chi si è adeguato, con la Germania in prima fila (fino al 3,5% del prodotto interno lordo entro il 2029); chi non si è fatto scrupoli perché – si riportava all’inizio – ben conosce la portata delle minacce putiniane (la Polonia, con la spesa militare che rappresenta il 4% del pil, un aumento di quasi 20 miliardi tra il 2022 e il 2024); chi dorme ancora sornione, forse perché si crede abbastanza lontano (la Spagna del socialista Pedro Sanchez che non intende sforare il tetto del 2%). Quattro anni con Putin che scruta con ghigno minaccioso verso Ovest. C’è da stare in guardia.