Libero logo

Se Usa e Israele possono contare più sui Paesi del Golfo che sull'Ue

Al quinto giorno di guerra, sul planisfero si delineano gli schieramenti: stanno con Washington le monarchie arabe, Argentina, Canada e Germania. Taiwan fa il tifo. Ankara dovrà decidere
di Costanza Cavalligiovedì 5 marzo 2026
Se Usa e Israele possono contare più sui Paesi del Golfo che sull'Ue

4' di lettura

Al quinto giorno di guerra, mentre gli effetti dell’operazione congiunta di Stati Uniti e Israele contro Repubblica islamica dell’Iran si sono rapidamente propagati dal punto di impatto a tutto il Medio Oriente, coinvolgendo indistintamente alleati e avversari, sul planisfero iniziano a delinearsi gli schieramenti. Tra chi si è esposto, chi ha minacciato misure per contrastare gli attacchi e chi ha denunciato “violazioni di sovranità” nascondendosi dietro le Nazioni Unite, vediamo come si posizionano le monarchie del Golfo, gli europei, gli Stati del Commonwealth, i leader asiatici e quelli dell’America Latina.

MEDIO ORIENTE
Nelle prime quarant’otto ore di conflitto l’Iran ha preso di mira tutti i Paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo (Ccg). Emirati arabi uniti hanno minacciato un’azione militare (secondo indiscrezioni di stampa, contro i siti missilistici di là dallo stretto di Hormuz). Lo stesso vale per l’Arabia Saudita, dove i droni iraniani hanno colpito la raffineria di petrolio di Ras Tanura, una delle più grandi al mondo, costringendola a una chiusura parziale. Anche in Oman, Kuwait e Bahrein sono stati colpite basi militari statunitensi, siti civili, infrastrutture petrolifere e del gas. Muscat, che ha svolto il ruolo di mediatore nei colloqui sul nucleare fin dall’accordo del 2018 siglato da Barack Obama, scommette ancora sulla diplomazia. Al tavolo dei negoziati, tutte le monarchie si sono impegnate per mesi nel tentativo di prevenire un’escalation che non destabilizzasse la regione ma che indebolisse l’Iran nel suo programma missilistico e nella sua rete di milizie. Dopo aver dichiarato che non avrebbero permesso che il loro territorio, il loro spazio aereo o le loro basi militari fossero utilizzati per operazioni contro Teheran, ora ritengono che la mediazione abbia causato maggiore insicurezza. Meglio la deterrenza.
E il Qatar? Anche Doha, colpita, ha dichiarato di avere il «diritto di rispondere». Tradizionalmente anti-israeliana (i rapporti sono ulteriormente peggiorati a settembre, quando l’Idf ha eliminato i vertici di Hamas riuniti nella capitale), pro-islamista ma amichevole con gli Usa, la piccola nazione del Golfo resta ambigua: ha sospeso la produzione di gas liquido per aiutare Teheran e continua ad armare le milizie di Hamas.

All’Iran restano gli Houthi, che hanno minacciato i Paesi arabi di essere pronti a colpire le loro infrastrutture critiche, Hezbollah in Libano, devastato dagli attacchi di Israele ma non fuori gioco, e l’indissolubile legame con l’Iraq. Temporeggia, nonostante il missile abbattuto nel suo spazio aereo, la Turchia. Considerati i 530 chilometri di confine con l’Iran, il suo ruolo di mediatore regionale e membro della Nato, Ankara ha molte questioni di cui essere preoccupata. Da un’ondata migratoria di massa (con oltre 3,5 milioni di rifugiati siriani già nel territorio) ai separatisti curdi (che potrebbero ottenere l’autonomia nell’Iran nordoccidentale) fino al rispetto del suo ruolo Nato. Erdogan cerca la mediazione, ma al prossimo missile potrebbe essere costretto ad abbandonare la sua storica posizione “non allineata”.

UE E COMMONWEALTH
Il Regno Unito cerca di restarne fuori: dopo che un drone iraniano ha colpito la base britannica a Cipro, Keir Starmer ha autorizzato gli Usa a utilizzare le basi aeree britanniche per colpire i siti missilistici iraniani (permesso negato invece dalla Spagna) e ha inviato nella regione un cacciatorpediniere ed elicotteri anti-droni. Ma «non è Churchill», ha detto di lui Donald Trump, e per ora si dichiara e «non coinvolto». Francia e Germania hanno aperto alla possibilità di rispondere a Teheran dopo che gli attacchi iraniani hanno colpito il loro personale, tra cui un campo dell’esercito tedesco in Giordania. Merz ha sostenuto l’operazione contro il regime, così come ha fatto il primo ministro canadese Mark Carney (Ottawa ospita 280mila iraniani in diaspora) e quello australiano Anthony Albanese. L’Ue, che nei confronti dell’Iran non aveva fatto altro che sguainare sanzioni, punta al contenimento, parla di diritto internazionale ma spera di vedere il regime neutralizzato da altri.

Iran, scoppia la rissa Trump-Sanchez: "Collaboreranno", "Falso"

Il ministro degli Esteri spagnolo Jose Manuel Albares ha smentito le affermazioni della Casa bianca secondo cui Madrid a...

AMERICA LATINA
Buenos Aires ha sostenuto i bombardamenti fin da sabato. Il male non si dimentica: all’inizio degli anni ‘90, l’Argentina fu vittima di due terribili attacchi terroristici legati all’Iran. Il presidente Javier Milei ha applaudito all’eliminazione di Khamenei. Il rispetto del diritto internazionale è stato invocato da Brasile e Messico, la Colombia e Cuba hanno condannato gli attacchi, il Paraguay si è unito all’Argentina nel sostegno. Ecuador, Guatemala e Panama hanno criticato le rappresaglie contro i Paesi del Golfo.

Iran, slitta l’incoronazione del figlio di Khamenei

Martedì sera la partita per la successione all’ayatollah Ali Khamenei, ucciso nel suo compound a Tehran nel...

ASIA
Cina, Russia e Corea del Nord sorreggono l’Iran come baluardo anti-Occidentale, anche se finora, come già era accaduto per il Venezuela, le reazioni pubbliche dell’Asse delle autocrazie sono state fiacche. Taiwan si fida così tanto degli Usa che nemmeno ha detto ai suoi 3mila cittadini residenti in Medio Oriente di andarsene e ha inquadrato l’operazione come “guerra al terrorismo”. Nel Paese, il dibattito tende ad analizzare l’eliminazione del regime come dimostrazione della leadership americana nel mondo e, di conseguenza, una forma di dissuasione verso la Cina, che non oserà agire militarmente contro Taipei. Infine, il Giappone, che dal conflitto è lontanissimo nello spazio e pure nel tempo perché la primo ministro Sanae Takaichi ha in agenda un viaggio a Washington tra tre settimane. Intanto, il ministro degli Esteri ha ribadito che all’Iran non può essere consentito lo sviluppo di armi nucleari e ha criticato le ritorsioni del regime nella regione.