Applicando alla questione petrolifera lo stesso approccio pragmatico che lo ha guidato nella soluzione del conflitto tra Israele e Hamas e che sta cercando di imporre nei colloqui di pace per la fine della guerra tra Russia e Ucraina, l’amministrazione Trump ha deciso la sospensione per un mese delle sanzioni che fino all’altro ieri vietavano l’acquisto di greggio russo. Il provvedimento, che resterà in vigore fino all’11 aprile, rappresenta una svolta significativa nel braccio di ferro tra Stati Uniti e Iran sullo stretto di Hormuz, la cui chiusura era diventata per il regime di Teheran un’arma ritenuta così potente da essere citata nel presunto primo messaggio al Paese della nuova Guida Suprema, Mojtaba Khamenei.
Le navi, da giorni, passano con il contagocce (un’ottantina, dall’inizio della guerra, contro più di 1.200 nello stesso periodo dello scorso anno, secondo la Lloyd’s List Intelligence) nella strettoia di mare tra la punta più settentrionale dell’Oman e le coste iraniane, per il timore di essere attaccate da droni e missili, mentre non è ancora chiaro se e in che proporzioni gli iraniani siano riusciti a minare alcuni tratti dello Stretto. E il prezzo del petrolio si è innalzato fino a superare i 100 dollari al barile, diventando una delle armi più potenti nelle mani degli ayatollah.
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«Hanno scelto un uomo morto per guidarli, un uomo morto che era finito prima ancora di iniziare», è i...La sospensione delle sanzioni sul petrolio russo, che consentirà la distribuzione dei circa cento milioni di barili di greggio attualmente a bordo delle petroliere della cosiddetta flotta fantasma del Cremlino sparsa per i mari del mondo, dovrebbero alleviare gli effetti della pressione che l’Iran sta imponendo sullo Stretto, disarmando almeno in parte il regime, al pari della decisione di alcuni Paesi di rendere disponibili alla fruizione una parte delle loro riserve strategiche di energia.
Il Segretario al Commercio Scott Bessent, responsabile del provvedimento, ha replicato a quanti (Ue inclusa) hanno accusato gli Usa di fare un favore a Putin, che «la quantità di greggio che in 30 giorni Mosca riuscirà a vendere (per lo più a Cina e India, ndr) sarà pari a non più della produzione mondiale di un giorno» e che, dunque, «la rimozione delle sanzioni non apporterà un significativo beneficio all'economia russa».
Il Pentagono ha comunque deciso di accrescere la sua forza militare nei pressi dello Stretto, schierando 2.500 Marines. Due funzionari Usa hanno rivelato al Wall Street Journal che ad autorizzare l’unità di spedizione è stato il capo del Pentagono Pete Hegseth. Le forze statunitensi sul campo ieri hanno subito sei nuove perdite (che si aggiungono alle sette precedenti) quando nella notte tra giovedì e ieri due aerei cisterna KC-135 si sono urtati tra loro nei cieli dell’Iraq, probabilmente durante un’operazione di trasferimento del carburante dall’uno all’altro: uno dei due velivoli è precipitato al suolo provocando la morte dell'intero equipaggio, mentre l’altro è riuscito a rientrare senza ulteriori conseguenze.
E, sempre in Iraq si è registrata la prima vittima non americana e non iraniana tra i militari che si trovano sul campo nella regione: si tratta di un maresciallo del Battaglione Cacciatori Alpini francese, deceduto a seguito di un attacco aereo nei pressi di Erbil, nel Kurdistan. Sei suoi commilitoni sono rimasti feriti. In Iran, dopo gli attacchi sui check-point delle forze Basij di mercoledì notte a Tehran, ieri mattina forti esplosioni si sono registrate in una zona centrale della capitale, dove si è svolta una marcia dei pro-regime per la Giornata di Al Quds, una ricorrenza a sostegno della causa palestinese che viene celebrata in Iran nell’ultimo venerdì di ramadan da quando gli ayatollah hanno preso il potere nel 1979.
I manifestanti hanno bruciato le immagini del presidente Usa, Donald Trump, e del premier israeliano, Benjamin Netanyahu, mentre scandivano slogan contro entrambi i Paesi. L’attacco al corteo ha provocato la morte di una partecipante mentre il Segretario del Consiglio di sicurezza, Ali Larijani (che forse era il vero obiettivo del raid israelo-americano) sarebbe uscito illeso dal bombardamento. Le Forze di difesa di Israele (Idf) hanno annunciato di aver colpito nella giornata di ieri, con decine di caccia, oltre 150 siti militari nell’area centro-occidentale dell’Iran. In una nota, hanno riferito che sono stati presi di mira diversi impianti di stoccaggio di armi, decine di missili balistici e lanciamissili, nonché depositi di droni, sistemi di difesa e altri siti utilizzati per la produzione di equipaggiamento bellico.
A Tel Aviv, ieri, le sirene del sistema di allerta hanno suonato ripetutamente. Lo scudo anti-missili ha intercettato tutti i razzi iraniani, male esplosioni si sono sentite fino a Gerusalemme e alcune zone della città sono state avvolte dal fumo. Secondo le Idf, i lanci di missili balistici iraniani sul territorio israeliano sarebbero comunque in netto calo, dai circa 90 del primo giorno di guerra a meno di una ventina. Sempre ieri, tuttavia, Tehran ha lanciato un altro missile (intercettato) verso la Turchia e più di uno su Dubai (intercettati anche quelli, ma con danni ad alcuni edifici e al suolo). Due persone sono rimaste uccise da un drone iraniano in Oman.




