C’è una guerra fatta con le bombe e una parallela e globale sul petrolio. E in mezzo… c’è chi spegne la luce e accelera. Letteralmente. Si chiama “going dark”, navigare al buio, ed è la nuova frontiera dell’azzardo marittimo nello Stretto di Hormuz. Ma più che una tecnica, è un marchio di fabbrica. Quello di George Prokopiou, l’armatore greco che – racconta anche La Stampa – si è guadagnato sul campo il soprannome di “bucaniere” e di "pirata".
Spegnere il transponder, sparire dai radar e infilarsi in una delle rotte più calde del pianeta: roba da action movie. E da conti correnti ancora più robusti. Perché il gioco vale fino a 500mila dollari al giorno di navigazione. Prokopiou lo ha capito prima degli altri. Ha fiutato il blocco iraniano e ha mandato avanti la sua flotta come un generale d’assalto: cinque petroliere già passate, altre in arrivo. Dietro c’è un sistema parallelo fatto di contatti locali, accordi sottobanco e – come spiegano fonti del settore – una spartizione dei profitti con interlocutori iraniani. Altro che diritto internazionale: qui comandano i rapporti e il denaro.
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Avete presente Sanremo? “Ieri notte, le forze Usa hanno eseguito un attacco di precisione su larga scala sull&rsqu...Il copione è sempre lo stesso: si spegne l’Ais (Automatic Identification System) prima di entrare nello Stretto, la nave “scompare” per una settimana, poi riappare magicamente una volta al sicuro. Nel frattempo, può anche cambiare identità, spacciandosi per unità russe o cinesi per evitare attenzioni indesiderate. È il gioco delle tre carte, versione marittima. E, mentre Prokopiou, incassa, gli equipaggi rischiano. Le assicurazioni non coprono più, le rotte sono bersagli potenziali e la scelta è brutale: scendere, restare o accettare qualche centinaio di dollari in più.
Spiccioli, rispetto ai milioni che girano sopra le loro teste. Nel caos del Golfo Persico, il “bucaniere” greco detta la linea. I problemi, però, non ce li hanno solo le petroliere, il cui cliente principale è la Cina, ma anche le portacontainer bloccate nel golfo Persico. Quelle con container refrigerati, costi di gestione altissimi. La MSC ne ha più di una decina. Le grandi compagnie ora stringono accordi con l’Arabia Saudita: scaricano le navi attraccate nei porti del golfo Persico e trasportano su camion i container attraverso la penisola arabica per poi mandare altre navi a recuperare la merce sulle coste del Mar Rosso. E chi paga? I consumatori, ovvio.




